Questi professionisti saranno contattati solo per esigenze immediate e improrogabili e quando non sia possibile ricorrere al personale ordinario, con tariffe stabilite e un limite massimo di ore di lavoro settimanali.

Un decreto del ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha introdotto delle normative che regolano l’utilizzo dei medici e infermieri a chiamata, professionisti a contratto utilizzati da varie strutture sanitarie per colmare le lacune di organico.

Questo fenomeno ha visto una crescita iniziale con gli infermieri e, successivamente, con i medici che ora sono numerosi: il mercato potenziale è vasto, con una spesa potenziale in Italia di 1,7 miliardi di euro per questi professionisti sanitari a chiamata. Un aumento significativo è stato registrato durante la pandemia per i medici, mentre per gli infermieri era già in atto prima.

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Secondo l’ultima analisi di Enac sugli ultimi cinque anni, nessuna regione è esente dall’utilizzo di tali professionisti. Le regioni che hanno speso di più in questo ambito sono state Lombardia, Abruzzo e Piemonte, con cifre molto superiori rispetto ad altre regioni.

Le nuove regole pubblicate in Gazzetta Ufficiale specificano che questi professionisti potranno essere impiegati solo in situazioni di necessità immediata, per un’unica volta e senza possibilità di estensione, quando non sia fattibile utilizzare altro personale sanitario. Sono stati anche stabiliti limiti per le tariffe orarie: 85 euro per pronto soccorso e rianimazione e 75 euro per altri servizi medici. Per gli infermieri, la tariffe variano da 28 euro per il pronto soccorso a 25 euro per altri servizi.

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Le linee guida sono state adottate seguendo quanto già previsto dalla legge del 26 maggio riguardo l’affidamento a terzi di servizi medici e infermieristici.

Le strutture del Servizio sanitario nazionale possono affidare questi servizi “solo in caso di necessità e urgenza, per una sola volta e senza rinnovi, dopo aver accertato l’impossibilità di utilizzare personale interno, sia impiegato che convenzionato con il Servizio sanitario nazionale. L’esternalizzazione dei servizi sanitari è considerata un’opzione del tutto eccezionale e residuale”.

Le direttive richiedono anche specifiche garanzie sul livello professionale del personale esterno e, per il personale non italiano, è necessaria la conoscenza della lingua italiana, oltre al rispetto delle norme di “buona condotta” richieste ai lavoratori dipendenti.

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I professionisti coinvolti devono stipulare una polizza assicurativa per colpa grave a loro spese, che copra eventuali danni a terzi causati durante l’esercizio delle loro funzioni. È previsto anche che il servizio sia organizzato attraverso turni, con un limite di quarantotto ore medie settimanali, per garantire che ciascun professionista abbia sufficiente riposo giornaliero per il recupero psicofisico.

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