Un abito non trasforma la vita di una donna, ma può sicuramente contribuire alla sua consapevolezza, autostima e sicurezza personale. Questa è la convinzione di Antonio Riva, direttore creativo e fondatore della Maison Antonio Riva Milano, un punto di riferimento dell’alta sartoria italiana, che dedica la sua arte alle donne, vedendo in ogni tessuto una storia da narrare, un’eredità da lasciare. Tuttavia, non tutte le storie femminili hanno un finale felice: molte donne sono private del loro futuro, della loro libertà e del loro spazio nel mondo. Attraverso il suo lavoro nella moda, Antonio Riva si impegna anche a lottare contro la violenza di genere, promuovendo un messaggio chiaro e forte, anche attraverso l’uso di un abito rosso: stop alla violenza sulle donne.
Da più di un quarto di secolo, la sua Maison si impegna a contatto con il mondo femminile. In che modo si impegna per la difesa dei diritti delle donne?
«Il nostro obiettivo primario è esaltare la femminilità, supportando le donne nei momenti cruciali della loro vita. Nella mia Maison, le donne hanno un ruolo chiave e il nostro team è prevalentemente femminile. Abbiamo il privilegio di collaborare con laboratori artigianali gestiti soprattutto da donne e siamo orgogliosi di supportare la Cooperativa Sociale “Alice”, che fornisce opportunità di lavoro a donne in condizioni di vulnerabilità, tra cui vittime di violenza e detenute».
Qual è il suo principale impegno nell’esaltare la femminilità oggi?
«Provengo da una famiglia dove le figure femminili, come mia madre e mia nonna, hanno sempre avuto un ruolo centrale e sono state esempio di autonomia e integrità. Per me, la bellezza è uno strumento essenziale nella lotta per l’affermazione personale. Quando creo un abito, penso a valorizzare la cliente, a incrementare la sua sicurezza e a farla sentire a proprio agio, contribuendo così a migliorare la sua autostima».
Durante la Prima alla Scala, alcune donne hanno indossato il rosso come simbolo di protesta contro i femminicidi. Qual è il significato di questo gesto e di questo colore per lei?
«È stato un segno di grande impatto. Ritengo sia fondamentale riproporre questo messaggio in tutte le occasioni di rilievo sociale e culturale che godono di grande attenzione mediatica. Per la Prima alla Scala, ho disegnato l’abito di Dvora Ancona, da sempre attiva nella lotta per i diritti delle donne. Ho scelto appositamente il rosso, colore simbolo di questa battaglia, come segno di solidarietà e coraggio per tutte le donne che hanno subito violenze, e speranza per quelle che possono liberarsene».
Spesso si domanda alle donne vittime di violenza sessuale: “Com’era vestita?”. Che ruolo giocano i vestiti nella narrazione femminile?
«È assurdo e inaccettabile che l’abbigliamento di una donna possa essere considerato una giustificazione per qualsiasi tipo di violenza, sia essa fisica o psicologica. La libertà di scelta è un diritto inalienabile. Attraverso i miei abiti, desidero offrire alle donne la possibilità di esprimere la loro femminilità e la loro identità nel modo che preferiscono».
Come può l’alta moda trasmettere messaggi importanti su temi come la violenza di genere?
«Il mio obiettivo è incoraggiare le donne che vesto a essere se stesse, a non rinunciare alla propria personalità e a rivendicare i propri diritti. L’alta moda, grazie alla sua visibilità, può amplificare questi messaggi e promuovere i diritti civili femminili».
Credi che la moda possa essere un veicolo di cambiamento?
«Può certamente contribuire. La moda è da sempre un potente mezzo di comunicazione e uno specchio dei cambiamenti sociali. Non sarà un processo facile e richiederà tempo, ma un cambiamento reale è possibile solo se noi uomini riconosciamo la nostra responsabilità condivisa nella lotta alla violenza di genere, che spesso si radica nel senso di possesso e può essere combattuta solo attraverso la cultura e la rieducazione».
Oltre agli abiti da sposa, sua Maison progetta anche abiti da cerimonia, cocktail, red carpet. Quali personalità famose hanno indossato i suoi capi?
«I miei abiti sono stati scelti da numerose donne impegnate nella difesa dell’universo femminile e simboli di emancipazione, tra cui Michelle Hunziker, Laura Pausini, le Black Pink, Ornella Vanoni, Andie MacDowell e più recentemente Lucrezia Guidone e Lucia Silvestri, figure di successo e autodeterminazione».
Qual è l’elemento distintivo delle sue collezioni?
«Il mio approccio si caratterizza per la semplicità, le linee pulite e i volumi essenziali. Creo abiti strutturati, con volumi pronunciati e forme equilibrate che presentano una forte tridimensionalità. I fiocchi sono un elemento ricorrente nelle mie creazioni e rappresentano la mia firma distintiva».
“Nel corso degli anni ho imparato che ciò che è importante in un vestito è la donna che lo indossa” affermava Yves Saint Laurent. Cosa direbbe alle donne?
«Un bel vestito di per sé non può cambiare una vita difficile o una relazione tossica, ma sono convinto che la stima in se stesse possa essere cruciale per acquisire consapevolezza e trovare il coraggio di denunciare le situazioni più dolorose e complesse».
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Federico D’Angelo, specialista del benessere e delle tendenze moderne, offre consigli pratici per uno stile di vita equilibrato e ispiratore, adatto alle sfide quotidiane.
