Basato su eventi reali, il film del regista francese Pascal Bonitzer sarà disponibile nelle sale cinematografiche dall’8 maggio, distribuito da Satine Film.
In quella dimora modesta, tra arredi spaiati e un divano consunto, spiccava un quadro dai toni cupi, raffigurante girasoli contorti. Quel dipinto, insieme ai mobili, era stato ereditato da Martin, un operaio che aveva scelto di lasciare quel unico elemento decorativo a ornare le pareti spoglie della sua abitazione. Accanto al quadro, quasi a voler rinvigorire l’atmosfera, aveva posizionato un bersaglio per il gioco delle freccette.
Immaginate quindi la sorpresa di Martin quando alla sua porta si presentano un uomo e una donna dall’eleganza insolita, provenienti da Parigi fino alla periferia di Mulhouse, con l’intento di osservare quel quadro. Una volta davanti all’opera, i due non possono trattenere una risata nervosa.
E infatti, il dipinto che adorna la parete di Martin è indubbiamente un’opera di Schiele. «Autentico, estremamente raro, sottratto dai nazisti a un collezionista ebreo, ritenuto perduto e ritrovato in un luogo impensabile, nella casa di persone comuni», spiega Pascal Bonitzer, il regista di Il quadro rubato, in uscita l’8 maggio nei cinema con distribuzione Satine.
Inspirato a un fatto reale, il film si sviluppa come una commedia gialla ambientata nel mondo affascinante e talvolta oscuro dei mercanti d’arte e delle case d’aste. «La pittura e il denaro come motori della narrazione sono elementi che mi affascinano», continua il regista francese. «L’idea di esplorare il mondo delle aste, un tema poco rappresentato al cinema, mi ha attratto. E la vicenda incredibile del ritrovamento dello Schiele si prestava perfettamente a una sceneggiatura».
Nel film si contrappongono l’astuto André Masson (interpretato da Alex Lutz), uno squalo delle case d’aste Scottie’s, aiutato dall’ex moglie Bertina (Léa Drucker), e il giovane Martin (Arcadi Radeff), la cui integrità morale non vacilla di fronte alla prospettiva improvvisa di una fortuna inaspettata.
«La sua decisione di non reclamare diritti su un’opera rubata da criminali nazisti, accontentandosi di una piccola parte e lasciando il resto agli eredi legittimi, è un gesto di saggezza e onestà che sfugge a chi considera il denaro l’unico valore. Martin non aspira a diventare ricco, non vuole stravolgere la sua vita o tradire la sua classe sociale. Un po’ di denaro può aiutare, troppo può distruggere. È il protagonista morale della mia storia, un simbolo di speranza in un mondo cinico e disonesto, dimostrando che si può resistere alla tentazione della ricchezza smisurata», conclude il regista.
Il valore dell’arte emerge come tema collaterale nel film. «L’arte ha sempre un prezzo, ma non sono gli artisti a stabilirne il valore», osserva Bonitzer. «La commercializzazione dell’arte negli ultimi due secoli è diventata frenetica, nelle mani di figure spietate, a volte corrotte, a volte legate alla criminalità organizzata. Pensiamo al Salvator Mundi attribuito a Leonardo, venduto per 350 milioni di euro a un principe arabo dopo essere stato acquistato per 1500 dollari a New Orleans. André Masson, il mio personaggio, è concentrato sul valore commerciale dell’opera ma la apprezza anche dal punto di vista estetico».
E voi, avete mai partecipato a un’asta? «Mi è capitato di partecipare, e anche di andare al casinò. Amo l’elemento di casualità, e in questa storia il caso gioca un ruolo fondamentale», conclude il regista.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
