Stasera, mentre alla cerimonia di apertura di Milano-Cortina si riaccendono le luci sugli atleti e sul dibattito pubblico, l’attore Bebo Storti ricorda un episodio singolare: ai Mondiali di sci del 1996 in Sierra Nevada sfilò accanto al portabandiera del Senegal con un personaggio provocatorio pensato per infrangere stereotipi. A distanza di oltre vent’anni, quella trovata satirica torna centrale nelle riflessioni su integrazione, rappresentazione e linguaggi oggi più sensibili.
Un’irruzione di teatro nello sport
Nel 1996, Storti — allora volto noto di programmi televisivi comici — si presentò alla cerimonia di apertura nei panni di Alfio Muschio, un personaggio costruito come parodia politica; al suo fianco camminava Lamine Guèye, lo sciatore senegalese che fu l’unico atleta a rappresentare il suo Paese. L’evento attirò l’attenzione anche della famiglia reale spagnola.
All’epoca i social non c’erano e quei trenta secondi in passerella rimasero impressi come un atto teatrale fuori dall’ordinario, pensato per provocare più che per offendere, almeno nelle intenzioni dei protagonisti.
Un gesto con un messaggio
Storti racconta che la performance nacque da un progetto collettivo con l’atleta e alcuni produttori: l’obiettivo era lanciare un segnale contro il razzismo e sostenere iniziative locali in Senegal. Parte del compenso raccolto venne impiegato per finanziare piccole società sportive del Paese africano.
- Anno: 1996
- Luogo: Sierra Nevada, Spagna
- Personaggi coinvolti: Bebo Storti (Alfio Muschio), Lamine Guèye
- Scopo dichiarato: sensibilizzazione contro il razzismo e raccolta fondi per lo sport senegalese
- Esito: visibilità mediatica e applausi in platea; nessuna medaglia in gara
Le modalità erano volutamente teatrali: Storti ricorda soprannomi che gli erano stati affibbiati nel villaggio olimpico e piccoli sketch messi in scena durante i giorni di gara, incluso un episodio goliardico con la sciatrice Isolde Kostner per celebrare una finzione di fidanzamento.
Riflessioni sul presente
Interrogato sulla possibilità che un personaggio simile potesse apparire oggi in pubblico, Storti è cauto: dice che il contesto politico e mediatico attuale è cambiato e più ostile, citando l’esistenza di forze e figure pubbliche che renderebbero più rischiosa una provocazione di quel tipo. In questo senso, il suo ricordo diventa anche una riflessione su come siano mutate le soglie della tolleranza e i limiti dell’ironia pubblica.
Alla domanda su eventuali analogie con polemiche contemporanee nella cultura e nella musica, Storti difende il diritto di espressione degli artisti pur riconoscendo la complessità del confronto pubblico odierno.
Cosa resta di quell’episodio
L’episodio del 1996 si colloca a metà strada tra performance televisiva e gesto civico: ha portato attenzione su un atleta isolato nel circuito internazionale e ha generato risorse concrete per chi pratica sport in Senegal.
Oggi, racconta Storti, la memoria di quella sfilata serve a interrogarsi su strumenti e linguaggi efficaci per combattere il razzismo: satira, provocazione o altre forme di impegno? La risposta, secondo lui, dipende molto dal contesto e dal tempo in cui si agisce.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
