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Giulia Pairone denuncia abusi dell’ex allenatore: porta la sua testimonianza in tour mondiale

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Di Elio Ferri Elio

La rinascita di Giulia Pairone: “Il maestro di tennis abusò di me, adesso porto la mia storia in giro per il mondo”

Docente in un corso di alta formazione alla Sapienza e unica italiana in un circuito che raggruppa oltre cinquanta atleti internazionali, lei rappresenta una voce crescente nel dibattito pubblico sul ruolo dello sport nelle politiche di prevenzione. Il movimento ChangeTheGame lancia un monito chiaro: «Basta con la narrazione delle violenze solo fine a se stessa», un appello che riguarda media, istituzioni e organizzazioni sportive.

La combinazione tra un impegno accademico e la presenza in un network globale mette in luce due aspetti concreti: la formazione come leva per cambiare pratiche consolidate e la necessità di confrontarsi con standard internazionali. Essere l’unica italiana in quel circuito non è un dettaglio simbolico, ma indica anche la responsabilità di portare istanze locali su palcoscenici più ampi.

ChangeTheGame — che raggruppa atleti, operatori e professionisti impegnati contro le violenze nello sport — chiede uno spostamento dell’attenzione: non più racconti episodici che restano isolati, ma strategie integrate di prevenzione, supporto e comunicazione. Questo approccio ha impatti pratici su come vengono gestiti i casi, su quali risorse vengono stanziate e su come i media raccontano le vicende.

Perché la questione conta adesso

La discussione è attuale perché cresce la pressione su federazioni e università affinché traducano le parole in misure concrete. In più, l’attenzione pubblica verso i temi della sicurezza e della tutela degli atleti rende urgente rivedere pratiche comunicative che possono ledere le vittime o banalizzare i fenomeni.

Un racconto più responsabile dei casi di violenza può ridurre il rischio di revictimizzazione e migliorare l’accesso agli strumenti di tutela. Per queste ragioni, l’appello di ChangeTheGame arriva in un momento cruciale per chi lavora sul campo nella formazione e nella governance sportiva.

  • Formazione: corsi specialistici per tecnici, dirigenti e operatori dell’ambito sportivo.
  • Protocolli: procedure chiare per la segnalazione e la gestione dei casi.
  • Comunicazione: linee guida per un linguaggio che rispetti le vittime e favorisca la prevenzione.
  • Rete: collaborazione tra atleti, istituzioni e università per scambiare pratiche e dati.

Molti esperti sottolineano come la formazione accademica possa fare da volano: inserire moduli sul tema nei corsi di alta formazione significa preparare professionisti capaci di riconoscere segnali di rischio e attivare percorsi di tutela.

Quali sono le conseguenze pratiche

Se le organizzazioni accolgono l’indicazione di ChangeTheGame, i risultati attesi vanno dalla riduzione degli episodi non denunciati a processi decisionali più trasparenti nei club e nelle federazioni. A livello mediatico, un cambio di narrazione può migliorare la qualità dell’informazione e la fiducia del pubblico.

Per chi segue lo sport e per le famiglie degli atleti il messaggio è semplice ma significativo: non si tratta solo di raccontare eventi, ma di creare condizioni che li prevengano.

La figura della docente alla Sapienza sintetizza questa prospettiva: formazione, visibilità internazionale e impegno civico possono combinarsi per trasformare una critica in proposte concrete.

Resta però aperta la domanda cruciale per le istituzioni: sono pronti a tradurre le raccomandazioni in standard obbligatori? Il tempo delle dichiarazioni è scaduto; ora servono pratiche ripetibili e monitorabili.

Nel breve termine, le principali azioni auspicabili sono quelle elencate sopra: formazione continua, protocolli operativi condivisi e attenzione al linguaggio. In un contesto dove la fiducia è centrale, questi elementi possono fare la differenza.

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