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Michele Santoro, il Mauro Corona di Giletti: entrambi maestri nello “scaldare il pubblico”!

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Di Giulia Moretti

Michele Santoro da Giletti è come Mauro Corona da Berlinguer: ha la funzione di «scaldapubblico»

Un suggerimento intrigante mi viene da un’amica: «Guarda Giletti, per lui Santoro è come Mauro Corona!». E poi lancia un commento curioso: «Così Massimo Giletti sembra quasi un progressista e Bianca Berlinguer una conservatrice». L’invito è troppo stimolante per ignorarlo. Infatti, all’inizio del programma (compare la scritta “anteprima”), Michele Santoro dà il meglio di sé con la sua oratoria persuasiva: una demagogia senza freni.
Giletti, con un’abbronzatura pari a quella di Trump, lo ascolta in estasi, senza mai interrompere o contraddirlo. È vero, Santoro ricorda Corona, o perlomeno ne ricopre il ruolo di “riscaldatore di pubblico”, preparando il terreno per la promozione di una tournée teatrale di Marco Travaglio, per il caso di Garlasco e per storie di locali di moda. Lo fa dichiarandosi pacifista, contrario alla difesa europea, preferendo investire in salari, scuole e ospedali, etichettando Netanyahu come assassino e difendendo il diritto del governo teocratico sciita di Teheran di costruire centrali nucleari. Come Corona narra delle sue esperienze nei boschi, così Santoro parla del suo amore per la Russia, un sentimento condiviso a lungo con Giulietto Chiesa, citato postumo. E lo fa in maniera ambigua, senza mai ammettere esplicitamente l’invasione di un paese sovrano da parte di Putin. Se lo ha fatto, argomenta, è stato solo per garantirsi sicurezza contro i bellicosi della NATO. Insomma, secondo lui, Putin sta massacrando un popolo solo per ragioni di sicurezza.

Non ricordo esattamente il contesto in cui Santoro ha parlato di «una questione di postura», ma quando si utilizza un tale espressione, si offre involontariamente un indizio di un declino spirituale. Santoro e Corona, oggi, si presentano come messaggeri di pace, e gli anni trascorsi sembrano averli dotati di saggezza e prospettiva. Sono ancora vivaci, ma sembrano rassegnati al loro ruolo di “riscaldatori di pubblico” (lontani dai temi rivoluzionari di “Servire il popolo”). Per loro, il dubbio non è mai stato un destino, ma piuttosto una via per preservare l’illusione del privilegio. La loro lotta per rimanere rilevanti nel tempo che scorre inesorabile, assume una forma sempre più disperata, quasi a prendere il posto della fede nell’immortalità.
Il loro ancora di salvezza risiede nel grande valore pratico delle certezze, o forse, delle ossessioni fisse.

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