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Giallo alla Casa Bianca: “The Residence”, avvincente ma troppo lungo! Voto 7.5

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Di Giulia Moretti

«The residence», giallo alla Casa Bianca: avvincente, ma un troppo lungo (voto 7,5)

Una serie di otto episodi diretti da Paul William Davies rivela il mistero dietro l’omicidio di un importante funzionario a Washington

Per gli appassionati del genere giallo “whodunit”, ovvero “chi è stato”, “The Residence” su Netflix, una produzione di Shonda Rimes scritta e diretta da Paul William Davies (noto per “Scandal”), è una serie che giustifica l’attesa di otto episodi (due dei quali superano l’ora) per risolvere un omicidio alla Casa Bianca. Il finale svela nei dettagli come sono andate le cose, ovvero chi ha assassinato il capo usciere, noto come capo cerimoniale, durante quella celebre cena ufficiale per la delegazione australiana. Questo culmina in un monologo di un’ora e mezza di Uzo Aduba, eccezionale nel ruolo della detective Cordelia Cupp, che indaga sugli intricati segreti della Casa Bianca insieme a un assortimento di sospetti insoliti che variano tra politici di spicco, il presidente e suo marito, ospiti intriganti e membri del personale di vario grado.

Il talento di Cordelia deriva dalla sua passione per il birdwatching, lo studio degli uccelli, i loro suoni e comportamenti. Trascorre il suo tempo libero in luoghi esotici alla ricerca di specie rare e ascoltando i canti degli uccelli. Questo hobby, come viene evidenziato alla fine della serie, serve da metafora per il comportamento umano, i cui gesti e movimenti ricordano quelli degli uccelli, sia predatori che no. La Casa Bianca è piena di queste variegate “specie” di follia, in un setting che sembra non appartenga al nostro tempo, dato che il presidente è sposato con un uomo, vive con la suocera e un fratello eccentrico, e non si notano visitatori con cappelli a forma di formaggio.

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Tra i 157 ospiti delle 139 stanze, si trova un’umanità variegata come in un disastroso decennio degli anni ’70: arroganti, prepotenti, falsi, bugiardi, isterici, consiglieri, bipolari – tutto quello che Freud potrebbe immaginare. La netta divisione tra la nobiltà della zona cucina e gli altri ambienti è palpabile. La vittima è un uomo distinto e prossimo alla pensione, severo con il personale ma ubbidiente con i potenti. Quando viene trovato morto in una delle sale, tutti suppongono si tratti di suicidio per chiudere rapidamente il caso. Ma seguono una notte di interrogatori e depistaggi, udienze e infine la riapertura del caso, che conduce alla lunga spiegazione dell’investigatrice.

La serie è ricca di riferimenti e omaggi al genere giallo: Agatha Christie domina con il citato “Assassinio sull’Orient Express”, che viene quasi imitato, ma ci sono anche riferimenti a Hitchcock e al film “Knives Out” di Simon e Capote. È un giallo a porte chiuse, dorato, che in qualche modo li contiene tutti. La serie è anche piacevolmente satirica, superando spesso la realtà, con un intricato salto tra tre o quattro linee temporali: flash back continui, flash forward in aula e split screen abbondanti, come nelle commedie di Hudson e Doris Day. Ogni sospettato potrebbe avere una ragione valida per essere l’assassino.

Il principale problema di “The Residence”, che in molti aspetti supera l’ultimo deludente film di Polanski “The Palace”, è la sua lunghezza: sarebbe stato meglio ridurre di due o tre episodi. I personaggi sono troppi e troppo ripetitivi, le situazioni si ripetono senza motivo, rendendo le 8 ore e mezzo eccessive anche per un caso intrigante nei piani alti del potere. Si incontrano maggiordomi all’antica, chef isterici, organizzatori di eventi con una Casa Bianca ricostruita in marzapane come dessert, guru della New Age, suocere alcolizzate, pezzi d’antiquariato, diari privati e la presenza quasi paranormale della star australiana Hugh Jackman. La morale sulla vanità del mondo e gli istinti peggiori dell’uomo emerge inutilmente patologica, con violenze inutili: tutto viene confessato a tempo debito, con manette pronte e verità che compiono tripli salti mortali.

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