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Jehnny Beth rivela: In amore siamo preistorici, non così evoluti come crediamo!

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Di Giulia Moretti

Jehnny Beth: «In amore non siamo evoluti come pensiamo, anzi siamo fermi a uno stadio abbastanza preistorico»

La cantante e attrice francese, precedentemente membro delle Savages, si esibirà a Milano sabato 18 ottobre presentando il suo nuovo album “You Heartbreaker, You”.

“Dovremmo imparare a vivere come se avessimo sempre una costola fratturata”, afferma Jehnny Beth. Artista dallo spirito punk e dallo sguardo penetrante (in concerto a Milano, presso l’Arci Bellezza, il 18 ottobre), nonché attrice versatile capace di muoversi dal film “Anatomia di una caduta” (vincitore di Oscar e Palma d’Oro) alla serie Netflix “Hostage”. La quarantenne francese, residente a Londra da anni, ha lanciato “You Heartbreaker, You“, il suo secondo album solista dopo il successo ottenuto con le Savages, band femminile londinese che ha influenzato la scena post-punk attuale.

Nelle sue canzoni, Jehnny Beth, nome d’arte di Camille Berthomier, sovverte il concetto di amore romantico, con una inquietudine che non esclude la dolcezza. “La vita ti spezza il cuore. È così il mondo, temo che il dolore sia inevitabile”, spiega, “ma allo stesso tempo, sbagliare, fallire, incontrare ostacoli ci definisce. Non possiamo smettere di amare, anche se sappiamo che ci farà soffrire”.

Nella complessità dei sentimenti, il suo approccio musicale sensuale e catartico rompe gli schemi: “Non credo molto nell’idea di amore venduta nei film e penso di non essere la sola. Spesso mi chiedo perché le persone resistano a fare ciò che desiderano”. Le nuove generazioni vedono le cose diversamente? “Certamente non danno per scontata la coppia e questa è proprio uno degli ultimi tabù, legato all’idea di una relazione tradizionale, eterosessuale e monogama. Forse per alcuni funziona, ma non per tutti. E il fatto che molte donne vengano uccise dai propri compagni dimostra che qualcosa non va, che in amore non siamo evoluti quanto crediamo, anzi siamo fermi a una fase quasi preistorica”.

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Realizzato con Johnny Hostile (suo partner artistico e nella vita), l’album esplora anche il nostro rapporto con gli smartphone: “Mi interrogo su cosa intendiamo per empatia. Siamo pronti a reagire drasticamente se qualcuno ci tradisce, ma poi scorriamo i social, vediamo un genocidio succedere a poche ore da noi, e non facciamo nulla”.

Le performance dal vivo di Jehnny Beth sono esplosive e cariche di energia; i concerti, dice, “sono uno dei pochi spazi dove vivere completamente il momento”, oltre a essere “un antidoto a una società che ci chiede sempre di più offrendoci sempre meno, che non vuole che siamo creativi, ma solo produttivi”.

Per lei, la creatività è essenziale: insieme a Johnny Hostile cura video, foto e artwork della sua musica e insieme conducono “Echoes”, un programma televisivo sul canale Artè che ospita nuovi gruppi rock: “Ho capito che per sopravvivere nell’industria dell’intrattenimento devo diversificare le mie attività; inoltre, la mia mente funziona così, non voglio annoiarmi”. Come attrice, ha ricevuto una forte influenza familiare: “Mio padre dirigeva un teatro. Imparo molto sui set e mi rilasso perché sono solo una piccola parte di un progetto più grande”, racconta. “Ho adorato la sceneggiatura di ‘Anatomia di una caduta’, è diventato un film molto importante senza che ne fossimo consapevoli. Quindi, quando arrivano nuove proposte, non esito a accettarle. Onestamente, è anche un ottimo modo per mantenersi, decisamente migliore che lavorare in un bar”.

Negli ultimi anni ha collaborato con vari artisti, dagli Idles ai Gorillaz: “Andare in tour con Damon Albarn e i Gorillaz è stato incredibile perché lui ha l’energia di dieci persone. Alle sei del mattino fa yoga, poi registra musica, fa il soundcheck, suona in uno stadio, va a festeggiare e, dopo aver viaggiato verso la prossima destinazione, riprende con lo yoga delle sei del mattino. Non ho mai visto nessuno così”.

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