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Toy Story 5: Mereghetti lo promuove 7- e Jessie ruba la scena

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Di Giulia Moretti

La pagella del Mereghetti: «Toy Story 5», la bambola Jessie nuova star sfida le chat del tablet rivale (voto 7-)

Con l’arrivo del nuovo capitolo, la saga torna a interrogarsi su un tema che oggi suona più attuale che mai: come convivono la creatività infantile e l’attrattiva dei dispositivi digitali? Toy Story 5 mette in scena questo confronto mostrando tanto la meraviglia dell’animazione moderna quanto gli effetti pratici — e culturali — dell’uso precoce dei tablet.

Trentuno anni dopo il primo episodio che rivoluzionò l’animazione, il film ripropone una tensione centrale: la contrapposizione fra fantasia e tecnologia. I primi minuti colpiscono per la potenza visiva — una schiera di Buzz Lightyear iper-tecnologici abbandonati su un’isola manda subito un segnale sullo stato dell’arte digitale — ma la narrazione si concentra soprattutto su un conflitto più intimo e quotidiano.

La storia al centro: bambini, giocattoli e schermi

Al centro del racconto c’è la piccola Bonnie, da tempo una fonte di calore per la serie grazie alla sua capacità di inventare storie con i pupazzi. Ora però i suoi genitori le regalano un tablet chiamato Lilypad, pensato per aiutarla a superare la timidezza: il dispositivo finisce per occupare tutto il suo tempo e la sua immaginazione, mettendo in ombra la sceriffa Jessie e il cavallo Bullseye.

Il film esplora così due effetti paralleli: da un lato la facilità con cui le relazioni digitali possono sostituire i giochi “analogici”; dall’altro la dimensione sociale dei dispositivi — chat, amicizie virtuali e il rischio di trasformare gli affetti in scontri online. La trasformazione dei nuovi amici di Bonnie in vere e proprie fonti di aggressività rimette in discussione la promessa educativa degli strumenti digitali.

Troppi fili, poca economia narrativa

Per far tornare insieme Bonnie e Jessie, la trama richiama molti volti già noti: il ritorno di Woody, il supporto della Pastorella Bo, e una sequenza che coinvolge decine di cloni di Buzz. La scelta di non demonizzare in toto la tecnologia impone al film una doppia mossa narrativa: mostrare il lato “oscuro” degli schermi e, allo stesso tempo, attribuire loro un ruolo salvifico nei momenti decisivi.

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Il risultato è una struttura che a tratti sembra soffrire di eccesso di risorse — storie che si moltiplicano e talvolta si ripetono, personaggi richiamati per ragioni sia emotive sia promozionali. Questo tentativo di conciliazione rischia di attenuare l’impatto tematico, offrendo soluzioni narrative che servono più a rassicurare che a interrogare davvero.

  • Cosa indaga il film: il rapporto tra giochi tradizionali e intrattenimento digitale.
  • Temi sociali: isolamento, socializzazione online, dinamiche di gruppo tra bambini.
  • Dimensione emotiva: nostalgia per il passato e il senso di perdita legato al tempo che passa.
  • Scelte registiche: forte impatto visivo, ma intreccio narrativo affollato.

L’equilibrio cercato dalla regia di Andrew Stanton e McKenna Harris — tra intrattenimento e riflessione — mantiene intatto il gusto per la meraviglia visiva, ma non sempre restituisce la stessa efficacia emotiva dei capitoli migliori della serie. I momenti più riusciti restano quelli in cui l’animazione lavora sulla delicatezza dei rapporti interpersonali e sulla capacità dei giocattoli di stimolare l’immaginazione.

Per i genitori e gli educatori, il film riaccende un dibattito pratico: come accompagnare i bambini nell’uso dei dispositivi senza sopprimere la loro capacità di giocare, creare e provare empatia? Toy Story 5 non dà risposte definitive, ma offre materiale per parlarne — e questo, di questi tempi, è già significativo.

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