Guardare il prepartita dei Mondiali trasmesso dalla Rai oggi dà la sensazione di attraversare un museo televisivo: non è solo questione di ospiti o competenza, ma di un linguaggio e di un impianto produttivo che appaiono fermi a un’altra epoca. Il confronto con format stranieri più moderni mette in luce rischi concreti per l’audience e per la capacità del servizio pubblico di restare rilevante.
In studio, la conduzione affidata a Paola Ferrari, affiancata da Simona Rolandi, Paulo Roberto Falcao e Marco Tardelli, procede secondo una ritualità consolidata: luci intense, una scrivania frontale e interventi molto formali. Il tono resta serio, quasi ceremoniale, e le discussioni spesso si concentrano su aforismi consolidati piuttosto che su analisi rapide e reattive.
Il problema non è l’esperienza dei singoli protagonisti, che è indiscutibile, ma il format stesso: una struttura rigida che trasforma il prepartita in un talk tradizionale, con lunghi tempi morti e poche soluzioni per coinvolgere spettatori abituati a ritmi più veloci.
Un paragone che fa capire le differenze
La distanza diventa evidente sintonizzandosi su Netflix e sul suo show The Rest Is Football, condotto da Gary Lineker, Alan Shearer e Micah Richards. Anche senza poter mostrare le immagini ufficiali delle partite, il trio costruisce un programma dinamico: ritmo serrato, reazioni in diretta, aneddoti e ospiti di alto profilo che mantengono alta l’attenzione.
Il confronto visivo e culturale è netto: mentre alcuni palinsesti italiani privilegiano formalità e continuità, il modello internazionale punta sulla spontaneità, sull’umorismo intelligente e sulla capacità di trasformare la mancanza di azioni di gioco in conversazione televisiva coinvolgente.
- Pacing: programmi internazionali alternano segmenti brevi e vivaci; alcuni prepartita italiani preferiscono monologhi lunghi.
- Set e regia: contaminazioni urbane e scenografie dinamiche contro scenografie statiche e tradizionali.
- Tono: approccio conversazionale e informale versus registro istituzionale.
- Interazione: integrazione di ospiti esterni, social e reazioni in tempo reale rispetto a un pubblico meno coinvolto.
- Storytelling: attenzione a storie fuori dal campo (retroscena, personalità) contro prevalenza di analisi generiche.
Cosa rischia la tv pubblica
Se il prepartita resta ancorato a modelli superati, il rischio è duplice: perdere spettatori, in particolare i più giovani, e indebolire la percezione del servizio pubblico come luogo di innovazione culturale. In un mercato in cui contenuti digitali e piattaforme straniere alzano l’asticella della produzione, anche i programmi sportivi devono ripensare ritmo e linguaggio per restare competitivi.
Non si tratta di abbandonare competenza e profondità, ma di reinventarle in forma più agile: segmenti più brevi, reazioni spontanee, maggiore spazio a ospiti esterni e a storie che vadano oltre la mera cronaca sportiva. L’adozione di elementi interattivi e una regia che sappia sfruttare il linguaggio social possono aumentare l’attaccamento del pubblico.
In sintesi, il nodo centrale non è la qualità dei singoli conduttori o commentatori, ma la capacità del format di aggiornarsi. La posta in gioco è la capacità della televisione italiana — e in particolare di quella pubblica — di comunicare il calcio con i codici contemporanei senza tradire la sua autorevolezza.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
