Al Festival del Cinema di Roma è stato presentato il documentario di Alex Gibney che prende le mosse dall’aggressione subita da Salman Rushdie nel 2022 e ne esplora le conseguenze personali e pubbliche. Il film arriva in un momento ancora sensibile per il dibattito su sicurezza, libertà di espressione e responsabilità dei mezzi di comunicazione.
La ricostruzione ricorre in gran parte alla voce dello stesso scrittore: Rushdie racconta l’attentato, la convalescenza e quel periodo di fragilità trasformato in forza di testimonianza. Le immagini della degenza, riprese anche dalla moglie, rendono tangibile il prezzo fisico dell’attacco.

Il fatto è noto: il 12 agosto 2022, durante un incontro pubblico a Chautauqua (New York), Rushdie fu accoltellato da Hadi Matar. Le ferite al collo, al fegato e al volto lo costrinsero alla terapia intensiva e a una lunga riabilitazione, che non ha potuto evitare la perdita di un occhio.
Gibney non si limita a una cronaca delle ferite: il documentario usa quei momenti per indagare la capacità di reazione di un intellettuale sotto attacco. Emergono aspetti meno noti della sua vita — dalla nascita a Bombay agli studi in Inghilterra fino all’approdo a New York — e si mette in luce come la sua determinazione abbia modellato la risposta all’aggressione.
Al centro del film c’è anche il rapporto con la fatwa che aveva segnato la sua vita dopo la pubblicazione de I versetti satanici: più che la paura della morte, a colpire lo spettatore è la scelta di non farsi zittire. Rushdie, racconta Gibney, affronta il trauma con ironia e lucidità, come fosse una dichiarazione di resistenza alla censura e alla violenza.
- Titolo del documentario: Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie
- Regia: Alex Gibney
- Data dell’attentato: 12 agosto 2022, Chautauqua (New York)
- Chi ha documentato la convalescenza: Rachel Eliza Griffiths, sua quinta moglie
- Testo di riferimento: Coltello. Meditazioni dopo un tentato assassinio (Mondadori)
La presenza di materiale filmato dalla famiglia solleva riflessioni etiche: dove finisce la documentazione e dove inizia l’invadenza? Le sequenze più crude — come quelle dell’occhio prima della sutura — costringono lo spettatore a confrontarsi con il dolore reale dietro al racconto pubblico.
Sul piano più ampio, il documentario riapre importanti interrogativi pratici: come proteggere autori e intellettuali durante eventi pubblici? Qual è il ruolo dei governi e delle istituzioni culturali nel prevenire atti simili? E come cambia la percezione del pubblico quando la vicenda di un singolo diventa simbolo di una battaglia politica e culturale?

Gibney affida molta forza alla voce di Rushdie e al suo libro successivo all’aggressione, trasformando il film in un’esplorazione del concetto di sopravvivenza pubblica. Più che un semplice resoconto, il documentario si propone come testimonianza: non solo di ciò che è accaduto, ma di cosa significhi continuare a parlare dopo un tentativo di togliere la parola.
Per lo spettatore, la visione offre quindi due livelli di lettura: da un lato la cronaca dell’attacco e della riabilitazione; dall’altro la rappresentazione di una reazione identitaria — personale e collettiva — che mantiene attuale il confronto su libertà d’espressione e sicurezza.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
