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Berlinale e Heysel: Calabresi mette in scena la tragedia e racconta il suo periodo di travestimenti

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Di Giulia Moretti

Paolo Calabresi: «Porto alla Berlinale la tragedia di calcio dell'Heysel, poi a teatro il mio periodo folle dei travestimenti»

È passato quasi quattro decenni dalla notte in cui il calcio si trasformò in tragedia, e quel ricordo resta vivo nella nuova rappresentazione cinematografica presentata alla Berlinale. Con la sua interpretazione, **Paolo Calabresi** porta sullo schermo una riflessione su responsabilità e interessi: la pellicola riapre il dibattito su cosa succede quando decisioni politiche, sponsor e sicurezza si intrecciano con il destino degli spettatori.

Calabresi, all’esordio alla Berlinale, rievoca come la sera del 29 maggio 1985 sia rimasta scolpita nella memoria: aveva 21 anni, era a una festa e la partita venne improvvisamente interrotta dalla famiglia. Quel giorno a **Bruxelles** la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool degenerò in scontri, con la furia degli hooligan e il crollo di una tribuna che causò la morte di 39 persone.

Il punto di vista del film

La regista Teodora Ana Mihai sceglie un’angolazione particolare: non ricostruisce la cronaca minuto per minuto, ma indaga le decisioni prese lontano dalla tribuna, nelle stanze del potere. L’azione si concentra sulle consultazioni tra dirigenti sportivi, autorità politiche e rappresentanti internazionali, trasformando lo stadio in uno spazio simbolico dove si confrontano interessi contrapposti.

Calabresi interpreta il ministro dell’Interno italiano che si oppone alla prosecuzione della partita. Accanto a lui, il sindaco di Bruxelles è ritratto come figura ambigua e inadeguata, mentre molti altri attori e comparse ricostruiscono la tensione di quella serata senza appoggiarsi esclusivamente a documentari o a una cronaca totale.

  • Titolo: Heysel 85
  • Regia: Teodora Ana Mihai
  • Luogo dei fatti: Bruxelles, finale di Coppa dei Campioni
  • Foco narrativo: le decisioni dietro le quinte e le pressioni di sponsor e istituzioni
  • Protagonisti fittizi: Violet Braeckman (figlia del sindaco) e Matteo Simoni (giornalista sportivo)

La pellicola usa poche immagini d’archivio per ancorare emotivamente la ricostruzione, ma il tono è drammatico e concentrato sui volti, sulle contraddizioni e sulle omissioni che precedettero la scelta di giocare nonostante la tragedia. I giocatori rappresentati non sono imitazioni fotocopia delle icone sportive dell’epoca: l’effetto voluto è di autenticità collettiva più che di biopic puntuale.

Dietro la maschera: l’attore e le sue storie

Nel corso dell’intervista Calabresi racconta episodi della sua vita che sembrano usciti da un copione teatrale: un periodo in cui si travestiva e si fingeva altri personaggi per stare al mondo, una reazione a lutti ravvicinati nella sua famiglia e alla perdita del suo maestro teatrale.

Ha trasformato quegli episodi in un libro e li ha addirittura portati in scena: dalla messa in scena di una scena memorabile per Marco Bellocchio — un atto di umiliazione autoimposto per entrare nella parte — alle incursioni pubbliche in cui si spacciava per celebrità per ottenere l’ingresso a eventi sportivi o cerimonie. Racconta, in tono misurato, come quell’abitudine sia diventata una sorta di dipendenza e come solo il sostegno della moglie, Fiamma, lo abbia aiutato a fermarsi.

Oggi Calabresi dichiara di voler mettere a frutto quell’esperienza anche attraverso il teatro, suggerendo che la recitazione e la metamorfosi personale sono strumenti per esplorare e spiegare vicende complesse, di cui la tragedia dell’Heysel rimane un esempio estremo.

Perché questa pellicola conta adesso

L’interesse non è solo storico: il film solleva domande ancora attuali sul rapporto tra eventi sportivi, responsabilità delle istituzioni e ruolo dei media. In un’epoca in cui la sicurezza degli impianti e la mercificazione dello sport restano al centro del dibattito, Heysel 85 torna a interrogare chi decide e con quali priorità.

Per chi segue la cronaca sportiva e culturale la pellicola rappresenta un’occasione per ripensare i fatti, ascoltare nuove voci e misurare le conseguenze di scelte prese in nome del business più che della tutela delle persone.

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