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Enrico Papi rivela: «I pacchi? Solo fortuna!» E ammette l’errore di ritirarsi al successo.

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Di Giulia Moretti

Enrico Papi: «I pacchi? Ci vuole solo fortuna. Ho sbagliato a ritirami quando ero all'apice del successo»

Enrico Papi presenta la nuova stagione estiva di Sarabanda: «I nostri partecipanti sono eccezionalmente preparati, proprio come nei quiz di Mike Bongiorno»

«In Sarabanda sarei eliminato subito, perché pur adorando la musica in tutte le sue forme, da quella classica al pop, come giocatore lascio molto a desiderare. Ho una memoria scadente, riconosco le melodie ma dimentico i titoli delle canzoni». Così Enrico Papi, che con Gerry Scotti, si trova al timone degli ascolti estivi di Canale 5.

Come vive il ruolo di salvatore dell’audience?
«È una grande responsabilità. Ci confrontiamo con un colosso come Reazione a catena su Rai1, che ha dominato quella fascia oraria per anni, soprattutto in estate».

Eppure, come si sente?
«Sono entusiasta che, dopo trent’anni con Mediaset, abbiano scelto me per questo progetto di rinnovamento. È dura cambiare le abitudini del pubblico, ma stiamo costruendo una solida base per crescere e diventare un nuovo importante appuntamento nel preserale, alternativo a quelli già affermati. I numeri straordinari che abbiamo registrato in questi primi giorni confermano che stiamo andando nella giusta direzione».

Il “progetto di evoluzione” di Pier Silvio Berlusconi è quello di trovare un’alternativa a «Striscia».
«Ricci e Striscia sono pilastri della televisione italiana e continueranno a esserlo. Credo che Pier Silvio desideri proporre un’evoluzione per una televisione che è sempre in movimento».

Non teme di rimanere ancorato allo stesso format?
«No, perché anche se è un format storico, continua ad essere attuale e vitale. Alcuni programmi sono nati con te e per te, e questo è su misura per me, è il binomio perfetto: un abito che non passa mai di moda».

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Perché «Sarabanda», dopo sedici anni di pausa, può ancora funzionare?
«Per tre ragioni. Prima: è un marchio Mediaset, quindi rassicurante e familiare per il pubblico di Canale 5. Seconda: la musica è universale e permette al pubblico di interagire e sentirsi protagonista da casa. Terza: i concorrenti non sono persone qualunque, ma sono estremamente preparati, come nei quiz alla Mike Bongiorno. Non si affidano alla fortuna, ma portano un bagaglio di conoscenze».

Ogni riferimento ai pacchi di De Martino è voluto…
«Non ho mai apprezzato l’idea del gioco d’azzardo».

Con Pino Insegno, siete amici o rivali?
«Rivali in termini di programmazione, ma nella vita reale ci siamo incontrati solo poche volte».

Se dovessi scegliere tra «Reazione a catena», «L’eredità» o «Affari tuoi», cosa guarderesti?
«Sceglierei Reazione a catena, un format che ho portato io in Italia dopo averlo visto su una TV americana anni fa. Tuttavia, va in onda proprio mentre conduco Sarabanda…».

Ha mai pensato di fare il cabarettista o l’attore prima di approdare in TV?
«Ho cominciato la mia carriera facendo il comico nelle piazze e durante le serate. Una volta ho sentito il manager che mi ingaggiava dire: questo Papi non fa ridere, ma quando c’è lui non piove mai, porta fortuna. Fu un colpo al cuore».

Da ragazzo amava recitare.
«Ma non veniva nessuno a vedermi».

Quando ha capito che la sua strada era la televisione?
«Da ragazzo. Appena finita la scuola, invece di uscire con gli amici, andavo a vedere le registrazioni di Zig Zag, il gioco condotto da Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Da lì è nata la mia passione, forse anche per quella fascia oraria, quella della TV di tutti i giorni».

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È stato un pioniere del gossip in TV con «Papi quotidiani».
«Quando presentai il progetto in Rai 30 anni fa, mi chiedevano di ripetere perché non capivano: non c’erano i social, il gossip era solo sui giornali e io volevo crearne una versione video. Ci vollero un po’ per capire cosa intendevo fare».

Il successo le ha mai dato alla testa?
«In realtà fu una follia accettare Sarabanda. Ero il re dei telepaparazzi e all’improvviso diventai conduttore di quiz. All’inizio gli ascolti erano bassissimi. Mi diedero ancora una settimana. Ero disperato. Apportammo alcuni piccoli cambiamenti e gli ascolti cominciarono a salire vertiginosamente. Ho dovuto lavorare duramente, quindi non mi sono montato la testa. E poi sono una persona semplice. Mio nonno era un contadino, andava a lavorare la terra con la bicicletta. Mi sento uno del pubblico, uno spettatore che poi è diventato conduttore».

Qual è stato il momento più difficile della sua carriera?
«Quando, subito dopo il successo di Sarabanda, mi sono fermato e mi sono autoescluso dalla televisione. Non lo rifarei mai, è stato un errore perché in TV bisogna essere sempre presenti. Questo è il segreto per durare».

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