Al Festival della Valle d’Itria torna in scena un tesoro barocco rimasto in ombra per secoli: Il schiavo di sua moglie (1672) di Francesco Provenzale, riallestito per la prima volta dopo 354 anni. La rilettura interessa non solo gli appassionati di antico, ma offre nuovi elementi per capire la vitalità della scena musicale napoletana del Seicento e il valore delle ricerche filologiche oggi.
Lo spettacolo, proposto a Martina Franca dal 24 al 30 luglio, fonde mitologia e commedia in un clima che alterna eroismo e farsesco: sullo sfondo il regno delle Amazzoni, personaggi popolari in napoletano e una trama di travestimenti e inganni che culmina in un riconoscimento finale.
La messinscena di Rita Cosentino privilegia movimenti e colori vivaci, mentre sul podio si conferma la mano esperta di Antonio Florio alla guida della Cappella Neapolitana. L’approccio musicale valorizza la continuità tra recitativo e aria, con trame strumentali agili e passaggi di tocco che rendono la partitura sorprendentemente moderna nel dinamismo.
Dal punto di vista drammaturgico, l’opera è stata concepita in occasione dell’ingresso a Napoli del nuovo viceré spagnolo, il marchese d’Astorga: motivo per cui si legge un equilibrio tra fasto celebrativo e spirito popolare. La vicenda principale coinvolge Leucippo, creduto disperso e deciso a riconquistare Menalippa, sua moglie amazzone, impersonando prima il guerriero e poi uno schiavo turco — da qui il titolo — e costringendosi a subire prove dolorose e a osservare tradimenti solo per mettere alla prova l’amore.
Musicalmente, la serata rivela due facce: arie di grande intensità drammatica e pezzi più leggeri, talvolta in dialetto, che spezzano il pathos con efficace humor. Tra i colori sonori spiccano l’uso dei flauti e del liuto, ariosi che si intrecciano con brevi episodi strumentali e frammenti in forma di ripresa.
La performance dura circa due ore senza intervallo e ha raccolto un caloroso consenso del pubblico; l’esecuzione scorre fluida, costruita su scene spesso molto brevi, che mantengono alta la tensione narrativa.
- Date e luogo: Festival della Valle d’Itria, Martina Franca (Taranto), repliche dal 24 al 30 luglio.
- Opera: Il schiavo di sua moglie (1672), Francesco Provenzale.
- Regia e scene: Rita Cosentino.
- Direzione musicale: Antonio Florio con la Cappella Neapolitana.
- Cast principale: Liliana Zolotoukhina (Menalippa), Michele Galbiati (Leucippo), Francesca Palitti (Ippolita); tra gli altri: Francesca Lo Verso, Chiara Scannapieco, Angelo Testori, Candida Guida, Mauro Pedrero, Valerio Ilardo (Sciarra).
- Accademia coinvolta: giovani voci dall’Accademia di Belcanto «Rodolfo Celletti» di Martina Franca.
La lettura critica evidenzia alcuni punti di interesse per il pubblico e per gli studiosi. Primo: la commistione tra elementi eroici e brani comici testimoniava la versatilità dei gusti dell’epoca e la capacità dei compositori napoletani di dialogare con la tradizione veneziana e la farsa locale.
Secondo: la partitura mostra echi che rimandano a Monteverdi, ma con un impulso più rapido e brillante, dove la forma si spezza in episodi intensi e il colore strumentale diventa protagonista. Queste caratteristiche rendono la riscoperta particolarmente significativa per chi segue il recupero del repertorio barocco.
Infine, dal punto di vista scenico, la scelta di mescolare verismo popolare e scena mitologica risulta vincente: la presenza di brani in napoletano e di personaggi popolari dà consistenza al contrasto tra il regno delle Amazzoni e la dimensione quotidiana, producendo momenti di autentica comicità accanto a quelli di forte tensione emotiva.
Note di merito vanno alle interpreti e agli interpreti che hanno sostenuto ruoli esigenti, in particolare la Menalippa di Liliana Zolotoukhina, dalla tessitura vocale calda e patetica, e il Leucippo di Michele Galbiati, credibile nel dolore e nella nobiltà. Tra i personaggi di contorno, la presenza di Valerio Ilardo come Sciarra ha offerto sprazzi di vernacolo e ironia capaci di coinvolgere direttamente la platea.
Per la rassegna guidata per il secondo anno dalla compositrice Silvia Colasanti, la riproposizione conferma l’impegno nel riportare alla luce opere dimenticate con rigore filologico e cura teatrale. Il risultato è uno spettacolo che amplifica il repertorio barocco italiano e stimola nuove riletture critiche, offrendo al pubblico materiale inatteso e stimolante.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
