Una commedia nera ambientata all’indomani della guerra civile spagnola torna a interrogare memoria e potere: nel nuovo film di Manuel Gómez Pereira una cena di Stato diventa il pretesto per esplorare obbedienza, rivalsa e il prezzo della libertà. Perché oggi il film fa discutere: mette a fuoco temi di attualità — dall’eredità del franchismo alla risacca dei nazionalismi — che restano vivi nella politica contemporanea.
La vicenda prende le mosse il 1° aprile 1939, giorno simbolico che in Spagna non è festivo: con la guerra appena terminata, un tenente arriva al Palace di Madrid e ordina di trasformare l’hotel — in parte adibito a ospedale — in una cornice di rappresentanza per celebrare la vittoria del nuovo regime.
Il personale dell’albergo viene mobilitato d’imperio. La cucina, in particolare, deve tornare operativa: ma i cuochi capaci di preparare un banchetto degno dei vincitori sono in carcere, accusati di simpatia comunista. A loro viene concessa una tregua temporanea per allestire la cena, con l’obiettivo dichiarato di restituirli ai secondini al termine della serata.
Da quel paradosso nasce la tensione drammatica e il filo comico del film: sotto la superficie dei piatti raffinati si prepara una reazione collettiva. La brigata, sapendo che il loro destino è segnato, decide di tradurre la cucina in occasione di resistenza, tessendo un piano per sottrarsi al ritorno in cella.
Manuel Gómez Pereira parte da una pièce teatrale — La cena de los generales di José Luis Alonso de Santos — e la reinventa sul grande schermo per raccontare la decadenza morale generata dai conflitti. Il regista definisce la sua opera come una satira che punta il dito non solo contro i detentori del passato ma anche contro i leader attuali che adottano posture populiste e autoritarie.
Chi guarda trova una commedia che alterna umorismo amaro e tensione: la cucina diventa palcoscenico di contraddizioni, il banchetto un luogo dove si decide chi sopravvive e chi sceglie la fuga.
- Titolo: A cena con il dittatore
- Regia: Manuel Gómez Pereira
- Fonte: ispirato alla pièce di José Luis Alonso de Santos
- Uscita in sala: 9 aprile (distribuzione Officine Ubu)
- Riconoscimenti: candidato a otto premi Goya
- Temi principali: memoria storica, autoritarismo, resistenza civile
Il film non è solo un esercizio formale: per il regista, che ha vissuto gli anni del franchismo come studente a Madrid, si tratta anche di un invito alla memoria. Pereira ricorda repressione e arresti di chi si opponeva al regime e afferma che la narrazione vuole essere un monito per le nuove generazioni, spesso distanti dalla conoscenza degli orrori del passato.
La questione della memoria torna anche nella cronaca recente: il trasferimento dei resti di Franco dalla Valle de los Caídos nel 2019 e le polemiche seguenti dimostrano come il franchismo continui a esercitare un ruolo nella società spagnola, attraverso gruppi nostalgici e tensioni politiche ancora vive.
Sul piano estetico, Pereira dichiara di aver guardato alla tradizione della commedia satirica europea e americana — dal cinema hollywoodiano raffinato alle punte più taglienti del cinema italiano — per costruire un racconto capace di far sorridere e al tempo stesso far riflettere.
Per il pubblico contemporaneo il film solleva domande pratiche e politiche: cosa significa convivere con una memoria divisiva? Come si riconoscono e si contrastano nuovi autoritarismi? La pellicola offre risposte in forma di satira e dramma, puntando sull’intreccio tra inganno formale e coraggio collettivo.
Vale la pena vederlo anche per valutare come il cinema possa tenere viva la discussione pubblica su un passato che continua a influenzare il presente.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
