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Tina Merlin avvertì del rischio Vajont: perché nessuno la ascoltò

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Di Elio Ferri Elio

Macchina da scrivere in redazione con giornali su una scrivania

Per anni ha firmato pezzi su L’Unità avvertendo del rischio legato alla diga del Vajont, ma quei segnali non vennero ascoltati. A 61 anni dalla tragedia, il figlio Toni Sirena racconta il profilo di una donna che sfidava ruoli e convenzioni: “È stata partigiana, militante comunista e femminista: una madre diversa, con un lavoro da uomini”.

I richiami che non ebbero seguito

Negli articoli pubblicati sulla testata, la sua voce metteva in luce pericoli concreti legati alla costruzione e alla gestione della grande diga. Quegli allarmi, benché documentati su carta, non riuscirono a invertire scelte tecniche e politiche che portarono alla frana e al disastro del 9 ottobre 1963.

Manoscritti e articoli d'epoca che mettono in evidenza avvertimenti sul rischio diga
Gli articoli che denunciavano i rischi legati alla costruzione e gestione della diga.

La vicenda rimanda a una domanda ancora attuale: come vengono trattati oggi gli avvertimenti provenienti dal territorio e dagli esperti? Le dinamiche che portarono al silenzio su quegli appelli offrono spunti di riflessione per la prevenzione moderna.

Il ritratto di una donna controcorrente

Dal racconto del figlio emerge il profilo di una figura pubblica a tratti scomoda per l’epoca: impegnata politicamente, legata ai valori della Resistenza, e convinta sostenitrice dei diritti delle donne. Lavorava in un ambito considerato da uomini, e questo accentuava la sua visibilità e, contemporaneamente, la marginalizzazione delle sue denunce.

Sagoma di una giornalista vicino a una macchina da scrivere che evoca una figura controcorrente
Il profilo di una donna che sfidava ruoli e convenzioni nel giornalismo dell’epoca.

La definizione che ne dà Toni — partigiana, militante comunista e femminista — rimette al centro il ruolo delle donne nella storia civile italiana, spesso sottovalutato nei ricordi collettivi.

Perché la storia conta ancora oggi

Il caso del Vajont non è solo memoria: è una lezione pratica. Trascurare segnali di rischio, ricorrere a gerarchie che escludono voci discordanti e sottovalutare competenze locali possono avere conseguenze drammatiche. A distanza di decenni, il racconto personale lascia emergere tre implicazioni concrete per il presente:

  • Ascolto preventivo: istituzioni e tecnici devono integrare segnalazioni indipendenti nel processo decisionale.
  • Trasparenza: la comunicazione pubblica sui rischi deve essere chiara e accessibile alle comunità coinvolte.
  • Valorizzazione delle competenze locali: cronache e testimonianze sul territorio vanno considerate elementi di valutazione, non rumore di fondo.

Queste indicazioni non sono astratte: riguardano la sicurezza delle infrastrutture, la tutela delle popolazioni e la responsabilità di chi governa progetti complessi oggi come ieri.

Una memoria che passa di voce in voce

La conversazione con Toni Sirena riporta in primo piano la storia personale dietro agli articoli di giornale: non soltanto dati tecnici, ma la determinazione di chi si batté per essere ascoltato. Racconti familiari come questo mantengono viva la memoria collettiva e sollecitano controlli e riflessioni su pratiche decisionali che ancora incidono sul territorio.

Se la vicenda del Vajont è ormai scolpita nella storia italiana per il numero delle vittime e per le responsabilità emerse, il ricordo delle persone che provarono a prevenire la tragedia resta un monito: la vigilanza civica e il riconoscimento delle voci dissenzienti sono necessari per evitare il ripetersi di errori simili.

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