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Valeria Bruni Tedeschi confessa: «Pensavo di smettere dopo aver interpretato la Duse»

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Di Giulia Moretti

Valeria Bruni Tedeschi: «Dopo aver interpretato la Duse ho pensato di smettere»

L’attrice principale del nuovo atteso film di Pietro Marcello

Nel film Duse, diretto da Pietro Marcello, Valeria Bruni Tedeschi interpreta una versione crepuscolare di sé stessa, con i capelli imbiancati, rievocando la figura di Eleonora Duse, scomparsa un secolo fa. L’approccio di Bruni Tedeschi sembra trasformare la Duse, assorbendone l’essenza in modo simile a come accade nei suoi film precedenti, dove l’attrice tende a sovrapporre la propria vita personale alla rappresentazione scenica.
È veramente così?
«Sì, ho introdotto molto della mia personalità nel personaggio, cercando un dialogo con lei. Non ho tentato di imitarla completamente, piuttosto di avvicinarmi come amica. Non era nostra intenzione realizzare un biopic classico; abbiamo persino deciso di non usare lenti a contatto per imitare il colore dei suoi occhi. Ho cercato di restituire alcuni suoi gesti, come l’uso espressivo delle mani. È stato un vero e proprio scambio. Cercavamo un’interpretazione autentica, senza maschere».
Cosa rende unica la Duse?
«Prima di tutto, la sua capacità di trasmettere verità. Ho cercato di evocare la sua umanità e la sua attenzione verso gli altri, valori di cui sentiamo il bisogno oggi. Spesso mi confronto con le persone, viventi o scomparse, nel mio lavoro; ho chiesto a Duse e alla mia defunta maestra di recitazione di guidarmi in questo percorso, che si svolge in gran parte nella mia sfera privata, prima di portarlo sul set, dove mi sento poi in piena forza».
Nel film ci sono molte scene di pianto.
«Duse era nota per la sua emotività, che emerge anche nei manifesti del film, simbolo della sua vulnerabilità. Anche io ero così da piccola; ricordo che il mio maestro a scuola diceva di portare una spugna per asciugare le mie lacrime».
S’isolava nel mondo solitario del teatro?
«Non completamente, ebbe anche storie d’amore infelici. Tuttavia, la sua dedizione all’arte la rendeva solitaria e le impediva di avere una famiglia».
Il legame con la figlia Enrichetta è fondamentale.
«La amava profondamente, ma non riusciva a farla partecipe del suo mondo artistico. Non voleva che assistesse alle sue rappresentazioni, cosa che generava tensione e dolore. Era una donna di grande complessità: questa era la sua tragedia e la sua bellezza».
Enrichetta le scrisse di sentirsi non voluta…
«Eleonora la adorava, ma la famiglia è spesso un campo di battaglia. A volte, diventando adulti, si trova pace, altre volte no. Duse non riuscì a farsi comprendere dalla figlia, anche se aveva molte amiche e persino una relazione amorosa con una poetessa».
Ha impegnato i gioielli al Monte di Pietà, nonostante provenga da una famiglia privilegiata.
«Per motivi personali, comprendo quella sensazione, anche se non l’ho vissuta direttamente. Non ho mai avuto problemi a sentirmi non protetta o in pericolo».
Nel film si esplora anche la sua storia con D’Annunzio.
«Duse fu generosa nel promuovere D’Annunzio a livello internazionale, ma quando si trattò di assegnare il ruolo principale in una sua opera teatrale, lo affidò a un’attrice più giovane, cosa che la ferì. Tuttavia, mantennero un rapporto di amicizia nonostante il dolore, una dinamica che ho vissuto anche io con diversi uomini, rimanendo in buoni rapporti con loro».
Poi appare Mussolini, che va a vedere Duse a teatro e l’altra grande attrice Sarah Bernhardt gli dice di lasciare il manganello al guardaroba.
«Duse sbagliò a cercare di ottenere un teatro da Mussolini, pensando di poter contrastare l’arroganza e la brutalità del fascismo, ma le cose non andarono come sperato. Per quanto riguarda Sarah Bernhardt, che la accusò di fare un teatro statico e museale mentre il mondo stava cambiando, ritengo che l’arte debba offrire sollievo, anche quando racconta la guerra e le atrocità: è una forma di catarsi, uno strumento di pace».
Perché, nonostante ci siano poche immagini di lei, Duse rimane un mito?
«Perché, come afferma il regista, ha rivoluzionato il teatro moderno. Era una grande artista, non solo una star. Noi abbiamo voluto narrare lo spirito di rivolta di una donna contro il suo tempo, in un mondo dominato dagli uomini dove le donne erano spesso relegate in secondo piano».
Ha pensato di lasciare la recitazione dopo questo film.
«Mi è sembrato di aver completato la mia esperienza come attrice, sentendomi pienamente realizzata da Pietro Marcello, come se avessi raggiunto il culmine della felicità e potessi anche morire. Ma è stata solo una riflessione momentanea».

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