La magistratura di Roma ha ordinato il rientro in Italia di 12 persone provenienti da Egitto e Bangladesh trasferite in strutture albanesi nell’ambito del protocollo italo-albanese. La pronuncia, basata su un recente orientamento della Corte di giustizia dell’Unione europea, mette in difficoltà il piano del governo e riapre il confronto politico sulle procedure di frontiera.
Che cosa è successo e perché conta ora
La decisione arriva dopo il salvataggio in mare e il trasferimento in Albania dei dodici migranti: i giudici della sezione immigrazione non hanno convalidato il trattenimento, ritenendo applicabili i principi stabiliti dalla Corte di giustizia europea del 4 ottobre. Per il Tribunale, uno Stato può essere considerato «sicuro» solo se lo è in ogni sua parte e per ogni persona, valutazione che esclude Paesi come Egitto e Bangladesh.
Il risultato pratico è immediato: le persone interessate verranno riportate in Italia su un’unità della Guardia costiera e avranno diritto a esercitare qui la procedura d’asilo. Sul piano politico l’esito incrina l’operatività del progetto di centri di transito in Albania e apre uno scontro serrato tra governo e opposizione.
Reazioni del governo
Il ministro dell’Interno ha annunciato ricorso fino alla Cassazione, mentre la presidente del Consiglio ha convocato un Consiglio dei ministri straordinario per valutare modifiche normative, sostenendo che la definizione dei «paesi sicuri» debba rientrare nella responsabilità esecutiva. Il governo, nonostante la pronuncia, conferma l’intenzione di proseguire con iniziative simili e afferma che l’esperienza sul campo potrà diventare modello a livello europeo dal 2026.
- Prossimi passi ufficiali: ricorso in Cassazione; Cdm convocato lunedì per proposte normative.
- Movimenti pratici: entro 24 ore i 12 migranti saranno imbarcati a Shengjin e trasferiti probabilmente al Cara di Bari.
- Tempi processuali: i migranti hanno 14 giorni per impugnare il rigetto della domanda d’asilo; le istanze potrebbero essere riesaminate con procedure ordinarie.
La base giuridica della decisione
I giudici romani hanno richiamato la sentenza della Corte Ue secondo cui la qualifica di «Paese sicuro» non può essere generale se in alcune aree o per alcuni soggetti persistono rischi di persecuzione, discriminazione o trattamenti inumani. In pratica, le procedure di frontiera previste dal protocollo italo-albanese non risultano applicabili quando lo Stato di origine non garantisce protezioni uniformi.
La motivazione del Tribunale sottolinea che, se il trattenimento in strutture albanesi non è convalidato, le persone non possono essere lasciate libere in Albania né mantenute lì: devono poter accedere all’esame della domanda d’asilo sul territorio italiano.
Numeri, costi e impatto operativo
L’operazione che ha portato alla creazione dei centri in Albania è costata decine di migliaia di euro per singolo trasferimento: per la sola prima traversata della nave-hub sono stati stimati costi molto elevati. Secondo fonti parlamentari, il programma complessivo potrebbe pesare sul bilancio statale per quasi un miliardo in cinque anni. I dati del primo intervento mostrano poi che, su 85 persone salvate, una quota è stata esclusa o respinta per vulnerabilità, e alla fine soltanto poche decine sono rimaste nell’hub albanese.
Il rischio concreto è che strutture progettate per ospitare circa mille persone restino vuote già nei primissimi giorni di attività, con ovvie ricadute economiche e politiche.
Posizioni politiche e possibili conseguenze
La decisione ha polarizzato il quadro politico. La maggioranza accusa la magistratura di interferire con scelte di governo; l’opposizione chiede invece controlli e ha presentato istanze alla Commissione europea per valutare la legittimità del protocollo. Alcuni esponenti di centrosinistra hanno evocato il rischio di un danno erariale legato agli investimenti effettuati.
- Richiesta di procedura di infrazione all’Ue da parte di PD, M5S e Avs contro il protocollo Italia-Albania.
- Reazioni di maggioranza: definizione politica dei «Paesi sicuri» e attacco alla magistratura.
- Rischi amministrativi: valutazioni su possibili responsabilità contabili per la gestione dei fondi.
Quali Paesi possono essere trasferiti in Albania
Dopo l’interpretazione giurisprudenziale, solo i cittadini provenienti da alcuni Stati sono ritenuti trasferibili senza eccezioni: tra questi vengono indicati Paesi dei Balcani occidentali e alcuni Stati a basso rischio secondo le autorità italiane e internazionali. Tra gli esempi ricorrenti nelle valutazioni: Capo Verde, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord, Kosovo, Bosnia e la stessa Albania. Per gli altri Paesi, compresi Egitto e Bangladesh, il trasferimento resta problemático.
Che cosa cambia per i migranti coinvolti
Praticamente, le persone interessate torneranno in Italia e potranno proporre ricorso contro i dinieghi già emessi dalle Commissioni territoriali. L’eventuale riesame dovrà seguire le procedure ordinarie, con tempi più lunghi rispetto alle rapidissime procedure di frontiera che il governo intendeva utilizzare.
Gli avvocati che assistono i migranti sottolineano che lo Stato italiano ha l’obbligo di consentire l’esercizio del diritto d’asilo sul proprio territorio quando il trattenimento all’estero non è convalidato.
Il contesto europeo
La vicenda porta alla luce un nodo più ampio: fino a che punto gli Stati possono esternalizzare controlli e trattenimenti senza confliggere con il diritto europeo sulla protezione dei richiedenti asilo? La sentenza della Corte Ue del 4 ottobre ha fissato un principio che ora sarà richiamato in casi simili, rendendo più complessa l’attuazione di accordi bilaterali che non garantiscano uniformità di tutela su tutto il territorio degli Stati terzi coinvolti.
Con il ricorso annunciato e la possibile apertura di procedure europee, la partita sulle politiche migratorie in Adriatico potrebbe avere sviluppi rapidi nei prossimi giorni.
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Elio Ferri, appassionato di attualità e dotato di un acuto senso dell’analisi, vi informa con chiarezza sugli eventi che plasmano il mondo e l’Italia.
