Una nuova interruzione al progetto Albania: i magistrati della sezione immigrazione del tribunale di Roma hanno messo in pausa la convalida del trattenimento di sette migranti a bordo della nave Libra in Albania, rimandando la questione alla Corte di giustizia europea.

Di conseguenza, non essendo stata confermata la detenzione entro le 48 ore previste dalla legge, i migranti egiziani e bengalesi sono liberi e, non potendo rimanere in Albania come previsto dall’accordo firmato da Giorgia Meloni e Edi Rama, sono costretti a fare ritorno in Italia. Saranno trasferiti a Brindisi nelle ore successive.

Per cinque di essi, le relative commissioni territoriali avevano già temporaneamente negato il diritto d’asilo seguendo le procedure accelerate di frontiera, rendendo di fatto le udienze sul loro trattenimento superflue, come spiegato da Rosa Emanuele Lo Faro, avvocato esperto in diritto dell’immigrazione e politiche migratorie. Le situazioni dei rimanenti due migranti sono ancora sotto valutazione, non avendo le commissioni emesso un verdetto. Tuttavia, alla luce della decisione del tribunale di Roma, anche la loro detenzione a Gjader non può proseguire.

I sette saranno accolti in un Cara in Italia, dove è probabile che presenteranno ricorso contro il respingimento della loro richiesta d’asilo effettuato in Albania. Dispongono di 14 giorni per presentare ricorso e saranno assistiti da legali tramite i mediatori del centro. A differenza della struttura albanese di Gjader, i Centri italiani sono ‘aperti’, permettendo agli ospiti di uscire liberamente durante il giorno mentre attendono l’esito del ricorso, che potrebbe richiedere mesi.

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Le azioni del governo tra narrazione e realtà

Quali saranno i prossimi passi del governo? La missione Albania è stata usata come strumento di propaganda, ma mostra limiti nella pratica. Secondo quanto appreso, il Viminale interverrà presso la Corte di giustizia europea per difendere la sua posizione in seguito alle decisioni dei magistrati. Tuttavia, bastano pochi minuti dopo il deposito della sentenza per scatenare nuove polemiche politiche. “Un’altra sentenza politica non contro il governo, ma contro gli italiani e la loro sicurezza”, critica il vicepremier e ministro Matteo Salvini. Lo appoggia il collega degli esteri, Antonio Tajani: “Ci sono magistrati che tentano di imporre la loro linea al governo, questo è inaccettabile”. “Si è superato il limite”, attacca il leghista Claudio Borghi, “la prossima volta, invece di portarli in Albania, li porteremo a casa di quel giudice”.

Per questo Riccardo Mag di +Europa commenta: “Eravamo stati facili profeti. A questo punto, il governo ha l’obbligo di interrompere le deportazioni: non può e non deve esserci una terza missione prima del verdetto della Corte di Giustizia Ue sui paesi sicuri”. “E anche i sette… – aggiunge il senatore dem Filippo Sensi – È davvero incredibile l’inettitudine, l’incapacità, lo spreco, l’inutilità”. “Li avevamo avvertiti – conclude Nicola Fratoianni di Avs – È un déjà vu”.

Cosa stabilisce la sentenza dei giudici di Roma

Quanto già avvenuto con il primo gruppo di dodici persone soccorse in mare dalla Guardia di Finanza e rinchiuse nel centro di Gjader si è ripetuto. Con due novità: la non applicazione del decreto sui Paesi sicuri, adottato dal governo tra il primo e il secondo trasferimento nella speranza di evitare un’altra delusione, e il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia europea, che il 4 ottobre aveva decretato che, per il trattenimento di un migrante, un Paese può essere considerato sicuro solo se lo è in ogni sua parte.

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“I criteri per la designazione dei Paesi sicuri li decide l’Ue”

“È importante sottolineare – si legge in una nota del tribunale di Roma firmata dalla presidente della sezione immigrazione, Luciana Sangiovanni – che i criteri per identificare uno Stato come Paese di origine sicuro sono definiti dal diritto dell’Unione Europea. Di conseguenza, pur nel rispetto delle prerogative del legislatore nazionale, il giudice è tenuto a verificare sempre e concretamente – come in ogni altro ambito dell’ordinamento – la corretta applicazione del diritto dell’Unione, che, come noto, prevale sulla legislazione nazionale se incompatibile, come stabilito anche dalla Costituzione italiana”.

L’Anm: “I giudici compiono il loro dovere”

In risposta a chi presenta una versione diversa, l’Anm replica: “Di fronte alle polemiche scatenate dalle recenti decisioni dei giudici romani, desidero solo ricordare che la primazia del diritto dell’Unione Europea è la base su cui si fonda la comunità delle corti nazionali e obbliga il giudice, nel caso ritenga la normativa interna incompatibile con quella dell’Unione, ad applicare quest’ultima o, in caso di dubbio, a sollevare un rinvio pregiudiziale, come fatto dal tribunale di Roma in questa occasione. Non si può quindi lamentare il fatto che i giudici stiano svolgendo il loro lavoro né attribuire loro la responsabilità di ostacoli nel perseguimento di politiche migratorie che spetta chiaramente al governo decidere, ma che non possono prescindere dal quadro normativo europeo e sovranazionale in cui si inseriscono”, spiega il segretario generale dell’Associazione Nazionale Magistrati Salvatore Casciaro.

Sospesi anche 4 “no” all’asilo per i primi migranti portati in Albania

Non è tutto. I migranti del primo gruppo di dodici trasferiti a bordo della Libra avevano impugnato il rigetto delle loro domande di protezione internazionale. La stessa sezione per l’immigrazione del tribunale civile di Roma ha sospeso almeno quattro di questi “no” all’asilo per altrettanti migranti bangladesi e egiziani, uno dei quali assistito dall’avvocato Gennaro Santoro. La motivazione, riportata nel dispositivo, fa riferimento alla decisione che dovrà essere presa dalla Corte europea di giustizia a cui il tribunale romano si è appellato. Nel decreto, che fissa una nuova udienza per i migranti, si legge anche che “non è disponibile la videoregistrazione dell’audizione innanzi alla commissione territoriale”. Un’altra anomalia delle spese pazze dei centri di trattenimento e rimpatrio di Gjader: per le 22 aule per lo svolgimento delle udienze in via telematica è stato speso più di un milione di euro. Ma le videoregistrazioni non ci sono.

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