Alle Giornate di Venezia Valeria Golino è tornata protagonista non solo sul red carpet, ma anche sul palco: con due film in concorso ha rimesso al centro un tema che pesa anche oltre la Mostra — la capacità del cinema italiano di affrontare questioni sociali delicate e di rinnovarsi attraverso la collaborazione tra attore e regista.
Sul palco di «Che Spettacolo!»
Invitata al format di approfondimento organizzato dal Corriere della Sera e dalla Fondazione Ente dello Spettacolo, Golino ha dialogato con il direttore Luciano Fontana e il critico Paolo Mereghetti. In sala Excelsior ha spiegato perché continua a credere nel cinema nazionale, portando come esempi i due film in cui è impegnata: Nessun dolore di Gianni Amelio e Serpenti di Roberto De Paolis.

Il senso della sua testimonianza è stato chiaro: affidarsi alla visione di un regista può trasformare storie difficili — dall’immigrazione clandestina al femminicidio — in narrazioni capaci di restituire profondità e senso oltre la cronaca.
Il retaggio personale
Golino ha ricordato come la passione per il cinema sia cominciata in Grecia, dove i genitori la portavano in sala più volte la settimana. Quegli spettatori in erba hanno assorbito tanto Bergman quanto il cinema popolare americano, una mescola che ha formato il suo sguardo di attrice.

L’esperienza sul set con Amelio è diventata un esempio pratico del suo approccio: ha detto di aver spesso accolto la proposta autoriale anche quando la sua idea del personaggio era diversa, convinta che proprio quella tensione creativa costruisca ruoli memorabili — tra cui una figura che richiama, per intenzione, un omaggio a Elsa Morante.
Il concetto di «patto»
Al dibattito è intervenuto anche monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, che ha ricordato l’origine latina del termine fiducia — «foedus» — sottolineando la dimensione contrattuale e relazionale del concetto: non si tratta di semplice speranza, ma di un accordo fra attori diversi.
In questo senso, la Mostra propone film che esplorano patti collettivi e personali: dalla comunità problematica raccontata in 15/18 di Cédric Kahn al dramma contrattuale di White Horse Nine di Martin McDonagh.
Generazioni e futuro
All’incontro ha preso la parola anche Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, che ha richiamato l’eredità degli artisti italiani — citando figure come Angelo Musco — e ha insistito sul ruolo dello spettacolo nel restituire fiducia allo spettatore, «perché chi esce da uno spettacolo porti con sé una forma di sicurezza emotiva».
Parole che si sono rispecchiate nell’intervista a Giacomo Poretti, anch’egli ospite, il quale ha difeso il valore del lieto fine come strumento per ricomporre rapporti e restituire equilibrio emotivo. Poretti ha anche parlato del suo nuovo film Magari un’altra volta — in uscita il 27 gennaio per Medusa — diretto dal giovane Tobia Passigato (35 anni) e girato con Aldo Baglio e Giovanni Storti.
Dal racconto di Poretti è emerso un altro tema ricorrente: la fiducia nelle nuove generazioni non come retorica ma come scelta pratica. Il suo progetto multimediale, il Poretcast, e il lavoro per riaprire spazi teatrali a Milano rivelano la volontà di investire in pratiche culturali condivise e nel mettere in rete talenti diversi.
| Film | Regista | Temi principali |
|---|---|---|
| Nessun dolore | Gianni Amelio | Memoria, identità femminile |
| Serpenti | Roberto De Paolis | Conflitti sociali, tensioni urbane |
| 15/18 | Cédric Kahn | Comunità e patti sociali |
| White Horse Nine | Martin McDonagh | Scelte estreme, drammi personali |
- Perché conta oggi: la Mostra conferma che il cinema resta un luogo dove si negoziano idee e sentimenti che impattano la società.
- Implicazioni pratiche: il confronto attore‑regista può produrre personaggi inattesi e dialoghi culturali utili per affrontare problemi pubblici.
- Cosa seguire: oltre ai titoli in concorso, vale la pena segnare l’uscita di Magari un’altra volta e osservare i giovani registi che emergono come Passigato.
La conversazione veneziana ha dunque messo in luce una convinzione semplice ma centrale: sostenere il cinema significa accettare la complessità delle storie e investire nella collaborazione intergenerazionale, perché solo così possono nascere narrazioni capaci di raccontare il presente senza ridurlo a cronaca.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
