RAPALLO — «Uvi!», esclamava mentre lanciava due uova in un diabolico congegno a pedali, da cui emergevano galline. E poi, quell’altro tormentone che incantava l’Italia: «Bbuono», «No bbuono». Proprio lui: Andy Luotto, il leggendario «cugino americano» di Renzo Arbore nei famosi show di quasi mezzo secolo fa come L’Altra Domenica, Quelli della Notte. Oggi, quelle uova le prepara alla Benedict, su un letto di focaccia genovese con un tocco di pesto e un sottile strato di pomodoro cuore di bue.

A 74 anni cosa lo spinge a cucinare nell’elegante ambiente dell’hotel Rosabianca a Rapallo? «Semplicemente, seguo la mia natura, il mio destino. Cuoco. Lasciate stare televisione, cinema, teatro. Cucinare, prendersi cura degli altri, è la forma più elevata di arte che esista».

Ma quegli “Uvi!”: che fenomeno.

«Il giorno dopo, i titoli dei giornali italiani proclamavano: ‘Andy ha parlato!’. Era il 1976, interpretavo il ruolo del valletto muto in un quiz assurdo di Renzo. Non so nemmeno io come mi sfuggì quella frase».

Con Arbore, il segreto era improvvisare.

«Alla vigilia dell’Altra Domenica, giravamo per Roma nella sua Cinquecento. D’un tratto, ha avuto un’illuminazione: ‘Sai, dietro ad Andreotti c’è sempre qualcuno. Ecco, sarai tu quel personaggio’. Ho studiato un po’ di Charlie Chaplin, di Buster Keaton, mi è venuta l’idea di rimanere muto: l’arte del silenzio. La gente rideva».

E Quelli della Notte?

«Ci hanno regalato una crociera in Marocco. Un gruppo di matti, c’erano anche Sergio Leone e Carlo Croccolo. In un locale a Casablanca saliamo sul palco, facciamo un po’ di casino. Clic. Renzo dice: ‘Faremo in televisione come se fossimo a casa mia, con un’atmosfera araba. E di nuovo casino’. Quelli della Notte. Pazzaglia e De Crescenzo suggerivano i temi, ma poi si improvvisava. Compresi i musicisti. E nasceva la magia. Tutto merito di Renzo: nessuno sapeva brillare di luce riflessa come lui».

Leggi anche  Fine Vita: Il Papa Urgente Sviluppo di Cure Palliative, "Accompagnare al Termine Naturale"

A casa sua poi ci andavate davvero.

«Trovi Al Pacino, Lucio Dalla, Umberto Eco, Alvaro Vitali. Ma di solito dopo lo spettacolo finivamo in un piccolo ristorante lungo la via Trionfale: tornavamo a improvvisare, a divertirci. Andavo in cucina a preparare qualcosa. Ma l’ho sempre fatto, anche quando non recitavo».

Perché?

«Ero adolescente: un giorno, nella casa romana di mio padre, la governante mi fa assaggiare del pane intinto in una pentola di sugo. Dal bordo, dove stava caramellando. Il paradiso. La mia vocazione: diventerò un cuoco».

Ma è tornato a New York da sua madre.

«Lì combinavo guai, finii in riformatorio: rompevo i vetri dei negozi a sassate, ero affascinato pericolosamente dal fuoco. Ne combinai una grossa, il mio amico Rocco si prese la colpa: finì in carcere e poi in Vietnam, io su un aereo per l’Italia. Un diploma al liceo, la scuola alberghiera. In mezzo, due lauree a Boston. Un progetto fallito nel Sud Sudan mi ha lasciato un debito di 35 milioni di lire».

Si è messo a fare il cuoco per rimediare.

«Volevo, ma nel frattempo ho iniziato a vendere sacchetti dell’immondizia nei mercati, colapasta. Giravo con un furgone e facevo l’imbonitore: la troupe di una tv privata mi riprende, Arbore chissà come vede il video. E tutto ha inizio».

Marenco, Otto & Barnelli, Bracardi, le Sorelle Bandiera, Milly Carlucci, Isabella Rossellini, poi Catalano, D’Agostino, Ferrini e gli altri: con chi è rimasto più legato?

«Con Marenco abbiamo recitato a teatro in La Strana Coppia di Simon. L’uomo più imprevedibile che abbia mai conosciuto: un cleptomane con la mania di essere arrestato. Poi Gegé Telesforo, Silvia Annichiarico. Marisa Laurito in cucina vuole comandare ma è eccezionale. E Riccardo Pazzaglia».

Leggi anche  Emergenza Nazionale: La Russa e la Panchina Rossa Tricolore, Simbolo di Tutta Italia!

Il vostro mentore.

«Dopo la trasmissione voleva tornare subito a casa. Lo accompagnavo con la mia auto, vetri scuri. Una notte ci fermiamo a parlare. Nello specchietto vedo un signore anziano, elegante: appoggia il bastone e comincia a fare pipì contro la portiera. Sto per scendere infuriato, Riccardo mi ferma: ‘Perché vuoi rovinargli un momento così bello?’. Un maestro».

Oggi quelle trasmissioni non si potrebbero fare.

«Tutto è orientato al denaro, alla pubblicità. Noi eravamo liberi: nessuno aspirava alla fama, l’importante era divertirsi».

Si era messo nei guai, con quella parodia del tg arabo.

«Una cosa innocua. Sono un vecchio hippy, desidero la pace, rispetto tutti. Ho fatto un rap con la frase Allah u akbar: a qualcuno non è piaciuto. Minacce di morte, due aggressioni per strada, la scorta della Digos. C’era una taglia su di me, il caso è finito in Parlamento. Ho imparato che con l’Islam è meglio non scherzare».

Meglio i fornelli.

«Ho lavorato in diversi locali. E qualche tempo fa ho conosciuto Vincenzo Maruccio: uno geniale, alla maniera di Renzo. Mi ha convinto con una frase: ci divertiremo. Chef esecutivo. All’alba vado al mercato: prodotti locali, freschissimi, di qualità. Preparo colazioni, pranzi, cene. Non vado mai a letto prima di mezzanotte. E sono felice».

Perché cucinare è un’arte.

«Mi hanno proposto l’Isola dei Famosi, il Grande Fratello. No, grazie: preferisco le polpette. Mi danno più soddisfazione».