Si è spenta a Parigi il 24 settembre, circondata dalla famiglia, l’attrice franco-russa Marina Vlady, aveva 88 anni. Con una carriera lunga e trasversale tra Francia e Italia, la sua scomparsa segna la perdita di una figura che ha contribuito a cambiare l’immagine femminile nel cinema europeo degli anni ’60 e ’70.
Nata a Clichy il 10 maggio 1938 come Catherine Maria de Poliakoff, crebbe in una famiglia di artisti: madre ballerina, padre baritono, entrambi emigrati dalla Russia dopo la rivoluzione. Il palcoscenico le entrò nel sangue molto presto.
Iniziò come ballerina all’Opéra e a dieci anni già recitava; adolescente si affermò come interprete promettente, ottenendo riconoscimenti giovanissima. La sua bellezza e il carisma la portarono rapidamente oltre i confini francesi, trovando ruoli importanti anche nel cinema italiano.

Negli anni della sua massima visibilità lavorò con registi di rilievo: da Orson Welles a Jean-Luc Godard, da Marco Ferreri a Dino Risi, passando per Lattuada, De Santis e Monicelli. Spesso incarnò ruoli che sollevavano dibattiti sui costumi e sul ruolo delle donne nella società contemporanea.
Il rapporto con il cinema italiano la rese particolarmente riconoscibile al pubblico nazionale: interpretazioni in titoli come “La steppa” (Lattuada) e film che alimentarono polemiche per i temi affrontati. Il caso più noto resta L’ape regina di Marco Ferreri, che suscitò censure e modifiche prima della distribuzione ma ottenne comunque ampia eco critica.

Con Godard fu l’immagine della donna emancipata in Due o tre cose che so di lei, mentre con Welles prese parte a progetti che testimoniano la sua versatilità internazionale. Nel corso della vita ha alternato cinema, televisione e attività letteraria.
Sul piano personale, ebbe matrimoni e relazioni che la legarono a figure importanti del mondo artistico: tra questi il regista Robert Hossein e, più tardi, il cantautore e attore russo Vladimir Vysotsky, con cui il suo rapporto fu molto noto e discusso.
Negli anni successivi rimase attiva: recitò per registi come Jancsó, Tavernier e Scola, apparendo anche nel film Splendor (1988), considerato una riflessione sul destino delle sale cinematografiche. Ha inoltre pubblicato memoir e altri testi, partecipando a produzioni televisive.
Tra i riconoscimenti ricevuti nella tarda carriera figura un omaggio legato alla memoria di Puškin nel 2012, a testimonianza del profondo legame con le sue radici russe.
- Origini: nata in Francia da genitori russi, formazione da ballerina.
- Esordi: prima esperienze in teatro e cinema già dall’adolescenza.
- Collaborazioni note: Welles, Godard, Ferreri, Lattuada, Scola.
- Film chiave: ruoli che hanno acceso discussioni su morale e famiglia.
- Attività successive: libri, teatro, tv e partecipazioni fino agli anni ’80 e oltre.
Per il pubblico contemporaneo la sua eredità è duplice: da un lato un catalogo di film che raccontano le trasformazioni culturali del dopoguerra; dall’altro la figura di un’artista capace di muoversi tra lingue e cinematografie diverse. È probabile che la notizia della sua scomparsa porti a retrospettive e a una riscoperta critica delle sue performance.
È una perdita che riguarda non solo gli appassionati di cinema d’autore: la carriera di Vlady è un caso esemplare di come un’attrice possa influenzare il dibattito pubblico attraverso scelte artistiche coraggiose e ruoli che sfidano convenzioni sociali.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
