“Persino mia madre ha smesso di chiamarmi con il mio nome di battesimo; rimangono solo mio fratello e alcuni amici d’infanzia a farlo”. Per il resto del mondo, Giuseppe Imprezzabile è noto come Meo Fusciuni, un profumiere italiano di 46 anni tra i più rinomati, e uno dei pochi che personalmente crea e produce le sue essenze. Alla fiera Esxence, un evento internazionale dedicato alla profumeria d’arte che si tiene a Milano fino al 9 marzo, il suo stand, interamente nero, attira molte persone. “Meo è l’abbreviazione di Bartolomeo, il nome di mio padre, mentre Fusciuni in siciliano vuol dire fluire: era il soprannome di mio nonno”, racconta.
Che cosa si aspetta chi sceglie un profumo di Meo Fusciuni?
“Anche se ci vantiamo di un marcato Made in Italy, non ci definiamo come un prodotto tipicamente italiano. Coloro che si avvicinano alla nostra arte percepiscono il profumo come un’esperienza, uno stato dell’animo. Ricevo molte email e lettere da persone che, attraverso le mie storie e le mie fragranze, cercano di comprendere non tanto la mia esistenza, quanto la loro.”
Un test di Rorschach olfattivo?
“La relazione con la fragranza che si indossa è intima ma anche universale, perché trascende le parole. Il profumo non è più solo un accessorio o uno status symbol, ma diventa una maschera, un messaggio, un’armatura, una provocazione.”
Stiamo parlando di psicanalisi?
“Sì, per me in particolare. Forse un giorno riuscirò a distaccarmi emotivamente dal mio lavoro, ma oggi il profumo è un’esperienza che mi mette in discussione ogni volta. Inizialmente lavoravo su una sola fragranza per lunghi periodi, anche un anno; ora gestisco più progetti contemporaneamente, che rappresentano differenti stati d’animo: passare da uno all’altro è a volte complicato, e il miglior modo per farlo è associare a ciascun progetto una specifica musica.”
Suona qualche strumento?
“Sono molto appassionato di musica. Durante gli anni universitari avevo un gruppo con alcuni amici, non eravamo professionisti, suonavamo ambient industrial simile agli Einstürzende Neubauten. Ero io a fare la voce.”
Nelle descrizioni di molti dei suoi profumi lei cita le musiche che hanno ispirato la loro creazione: per Odor 93 i Current 93, per Little Song Nick Cave. E poi Sakamoto per Sogni, David Darling per Last Season. C’è anche Battiato.
“Mio padre era un vero musicista, un chitarrista che amava Battiato, quindi fin da quando ero piccolo lo ascoltavo: è stato per me una guida spirituale e musicale. Ciavuru d’Amuri, già dal nome, fa eco a Stranizza d’amuri di L’era del Cinghiale Bianco.”
Oltre alla colonna sonora, per ogni suo lavoro immagina una narrazione, un luogo, e spesso una suggestione visiva: quanto sono importanti?
“Se qualcuno rifacesse una delle mie fragranze, forse mi divertirei, ma sarei molto turbato se qualcuno copiasse le emozioni dietro di esse: sono molto più geloso di queste rispetto alle formule, perché appartengono alla mia sfera intima.”
Con il Covid, uno dei sintomi è la perdita dell’olfatto e con il lockdown la dimensione sociale e seduttiva del profumo è diminuita: c’è stato un cambiamento in questi anni?
“Durante la pandemia, le profumerie erano tra i pochi negozi aperti, offrendo una sorta di evasione. Oggi, molti acquistano un profumo per sé stessi e lo applicano la sera per restare a casa, non per uscire.”
Alcune sue creazioni derivano da un’idea di colonia molto tradizionale, ma radicalmente reinterpretata. Cosa ne rimane?
“La mia formazione in botanica ed erboristeria è evidente anche nell’ultima creazione, Last Season, che include elementi aromatici come immortelle, camomilla, galbano, in qualche modo classici, ma il risultato finale è tutt’altro che tradizionale. Un maestro della profumeria come Edmond Roudnitska sosteneva che, talvolta, presi dalle sperimentazioni, ci si dimentica dell’estetica, dell’armonia: invece il profumo è qualcosa che devi poter indossare tutti i giorni. Per me, questo è essenziale.”
Nella profumeria artistica si trovano spesso essenze poco adatte per l’ufficio…
“Anche io ho creato eccezioni. Varanasi, per esempio: contiene l’India, che è vita e morte, sacro e profano, animale e umano. L’ho indossato solo una volta, ma la mia compagna lo usa regolarmente. È un profumo che può intimorire, un critico lo ha definito ‘una bestia che può divorarti l’anima’.”
Scegliere fragranze di nicchia da un lato permette di distinguersi dalla massa, ma dall’altro non c’è il rischio di essere ricordati solo per l’odore?
“Mi è già capitato di pensare che un profumo indossato da qualcuno fosse eccessivo: per portarlo avrebbe dovuto essere un’altra persona. Alcuni fanno tali scelte per compensare la propria insicurezza, senza rendersi conto che non è né il momento né l’ambiente adatto per cercare a tutti i costi di essere originali.”
Un tempo esistevano fragranze maschili e femminili, che fine hanno fatto?
“Nel nostro mestiere parliamo soprattutto di emozioni e per me associare un’emozione a un genere è anacronistico e limitante. L’unica volta che ho voluto creare un profumo femminile è stato con Encore du Temps, ma ai primi eventi dove l’ho presentato è stato comprato soprattutto da uomini, e va bene così.”
In una discussione come questa, è inevitabile citare Profumo, il romanzo di Patrick Süskind. Nel libro, il protagonista arriva a uccidere per creare l’essenza perfetta: lei fino a dove si spingerebbe?
“Sarei disposto a perdere l’olfatto.”
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Federico D’Angelo, specialista del benessere e delle tendenze moderne, offre consigli pratici per uno stile di vita equilibrato e ispiratore, adatto alle sfide quotidiane.
