Recenti analisi genetiche hanno messo in discussione le interpretazioni tradizionali di alcuni calchi. Uno studio pubblicato su Current Biology, al quale ha collaborato l’università di Firenze, suggerisce che “la storica città romana fosse un crogiolo di migranti provenienti dall’oriente del Mediterraneo”.
A Pompei, niente è come appare. L’antico abitante ritrovato con un evidente bracciale d’oro e un bambino tra le braccia, ad esempio, non è la madre in fuga con il suo figlio come si è a lungo creduto.
Altri due individui trovati accovacciati vicino a loro non sono il padre e un altro fratello. Inoltre, i due corpi ritrovati abbracciati nella casa del criptoportico non sono due sorelle, come si pensava fino ad ora.
Le analisi del DNA estratto dalle ossa di 14 calchi di Pompei hanno rivelato che durante quei momenti di terrore del 79 d.C., con il Vesuvio in eruzione e i terremoti che scuotevano la città, persino i legami familiari erano andati perduti.
Nuove scoperte a Pompei
L’individuo con il bracciale d’oro e il bambino che portava non erano imparentati. Anche i due presunti parenti accanto a loro non avevano legami di sangue. Inoltre, tra le due presunte sorelle nella casa del criptoportico, almeno una è in realtà un maschio.
Dai vestiti non sempre di pregio trovati su alcuni scheletri, è possibile che alcuni di loro fossero schiavi rimasti indietro mentre i loro padroni fuggivano.
“Ci sono storie che a Pompei si tramandano da generazioni, come quella della madre che scappa con il figlio e delle famiglie rimaste unite fino alla fine”, spiega Valeria Amoretti, responsabile del Laboratorio di ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei.
“I calchi sono stati realizzati a partire dal 1863 e da allora le interpretazioni si sono basate sulla posizione dei corpi e sul senso comune. Ora l’analisi del DNA ci dimostra che il senso comune non è sufficiente a spiegare quei momenti concitati. Forse un uomo ha deciso di fuggire con il suo prezioso bracciale e, vedendo un bambino sconosciuto per strada, ha deciso di portarlo con sé per salvarlo”.
Analisi del DNA a Pompei
La rivista Current Biology ha pubblicato oggi il primo studio approfondito del DNA degli abitanti antichi di Pompei, condotto anche con la collaborazione dell’università americana di Harvard.
“In passato avevamo analizzato un singolo campione di scheletro. Ora abbiamo esaminato 14 calchi con frammenti di osso visibili, ma solo da 7 è stato possibile ottenere materiale genetico sufficiente per uno studio approfondito”, afferma David Caramelli, antropologo dell’università di Firenze e esperto di genomi antichi.
“I reperti di Pompei non sono tra i meglio conservati, essendo stati sepolti dall’eruzione e poi ricoperti dal gesso dei calchi. All’inizio ero scettico sulla possibilità di ottenere qualsiasi risultato leggibile”.
Le analisi hanno portato a due grandi scoperte, che ora verranno estese anche agli altri calchi. La prima è che le interpretazioni tradizionali, basate sulle apparenze, non sono accurate. “Ci troviamo di fronte a una catastrofe di massa. Dobbiamo immaginare una popolazione in preda al terrore”, suggerisce Amoretti.
Pompei, un crogiolo di immigrati
La seconda grande rivelazione è che Pompei nel primo secolo era un melting pot di genomi provenienti da tutte le province dell’impero. “Abbiamo trovato tracce di recenti immigrazioni dal Mediterraneo orientale, ma ci aspettiamo che estendendo l’analisi emergano anche individui di altre province del melting pot romano”, spiega Caramelli.
“Sapevamo che l’impero di quel tempo era un crogiolo di popoli, ma la variabilità dei genomi ci ha sorpreso. Ci saremmo aspettati una tale diversità di DNA a Ostia, il porto di Roma, non in una città di provincia come Pompei”, aggiunge Amoretti.
Gli ultimi istanti dei pompeiani
Oltre ai calchi, l’analisi del DNA coinvolgerà ora anche alcuni scheletri. Le ossa sepolte dai lapilli appartengono agli individui che si sono rifugiati nelle case durante la prima fase dell’eruzione, durata un giorno e mezzo.
La pioggia di lapilli e pomici ha martellato la città costringendo molti abitanti a rifugiarsi negli edifici. Con il passare delle ore, i cumuli hanno raggiunto i due o tre metri, intrappolando le persone all’interno e facendo crollare tetti e scale.
I continui terremoti hanno contribuito a seppellire i poveri pompeiani sotto alle macerie. “Le scosse quella notte divennero così forti che tutto sembrava non solo tremare, ma addirittura capovolgersi”, ci ricorda Plinio il Giovane, che si trovava a trenta chilometri più a nord, a Capo Miseno.
I sopravvissuti a questa prima fase avrebbero, dopo tante ore, tentato la fuga dalle loro case. Sarebbero stati però colpiti dalla seconda fase dell’eruzione del Vesuvio: una nuvola di cenere caldissima proveniente dal vulcano, carica di gas ustionanti. Questa corrente piroclastica avrebbe incenerito e asfissiato gli ultimi abitanti di Pompei nel luogo e nella posizione in cui si trovavano.
Le ceneri finali dell’eruzione li avrebbero poi ricoperti fino a quando, quasi duemila anni dopo, gli archeologi hanno versato del gesso nelle cavità lasciate dai loro corpi, creando i calchi che oggi tanto ci colpiscono. Vediamo i loro corpi nella posizione in cui la morte li ha sorpresi, ma le loro storie continuano a essere un mistero.
Articoli simili
- Malattia Rara Colpisce Neonata in Calabria: La Disperata Lotta di un Padre a Roma
- Italiani dividisi: il 50% non crede sia pericoloso superare i limiti di velocità!
- Settimana della Moda a Milano: Etro esplora le origini umane, Cavalli rievoca Pompei!
- Intelligenza Artificiale supera Shakespeare e Byron: la poesia IA conquista i lettori!
- Verona: Scandalo patenti comprate, 11 denunce in solo un mese!

Elio Ferri, appassionato di attualità e dotato di un acuto senso dell’analisi, vi informa con chiarezza sugli eventi che plasmano il mondo e l’Italia.
