L’attore si presenta alla Mostra del Cinema con opere di Capuano, Vicari e Villoresi. «Le piattaforme standardizzano la creatività, preferisco registi che offrono una prospettiva unica»
Vinicio Marchioni
«I miei primi cinquant’anni. Avrebbero potuto essere peggiori». Vinicio Marchioni ha celebrato il suo cinquantesimo compleanno il 10 agosto, festeggiando nel paese natale di sua madre, Torre Melissa in Calabria. Venezia 82 gli fa un regalo portando tre suoi film, tutti fuori concorso. Il celebre attore romano, noto per il suo basso profilo così come il suo personaggio icone del 2008, il Freddo di “Romanzo Criminale”, che «parlava solo quando strettamente necessario». Marchioni è più espansivo, ma evita di autocelebrarsi.
«Assolutamente, le cose potevano andare molto peggio! Ho al mio fianco una donna e attrice straordinaria (Milena Mancini), due figli meravigliosi. E sul lavoro sembra un miracolo mantenere questa continuità tra cinema e teatro, arrivare a Venezia con Antonio Capuano, Daniele Vicari e Virgilio Villoresi, tre autori di grande visione e umanità».
Parliamo di Capuano, che il 5 settembre riceverà il Premio Pietro Bianchi. Come è stata la vostra collaborazione in “L’isola di Andrea”?
«Un’esperienza straordinaria, unica. Lui è un artista eccezionale, un uomo di 86 anni ancora pieno di curiosità e creatività, un vero visionario. Mi sono sentito un semplice strumento nelle sue mani. Quando facevo domande sul mio personaggio, lui rispondeva: “Queste sono domande da attori, non servono”. Non abbiamo mai letto la sceneggiatura insieme, ogni giorno era una novità. Mi ha detto una cosa però: “Noi uomini siamo di cristallo, ci rompiamo facilmente e non ci si può più fare nulla”. Mi sono completamente innamorato di lui, è un mondo a parte e io mi sono lasciato andare».
Il film racconta la lotta di una coppia per l’affidamento del loro figlio di otto anni.
«Ho cercato di rappresentare un uomo comune che, come molti, tende a dare per scontate troppe cose».
Nel film “Ammazzare stanca” di Vicari, basato sull’autobiografia di Antonio Zagari, interpreti un padre in una famiglia della ‘ndrangheta calabrese trasferitasi nel Varesotto.
«Giacomo, il padre di Antonio interpretato da Gabriel Montesi, è un uomo nato negli anni ’40 nel profondo sud, cresciuto secondo regole feroci a cui deve solo obbedire. È un animale selvaggio, quasi un militare. Non esiste un vero rapporto padre-figlio come lo intendiamo oggi, sono entrambi al servizio delle cosche. Daniele ci ha chiesto di trattare i personaggi come archetipi di una fiaba oscura, nonostante sia una storia vera».
Reciti nel dialetto di tua madre.
«Sono contento, avevo lanciato un appello proprio attraverso il Corriere, sembrava che nessuno lo considerasse. Daniele lo sapeva, siamo amici».
Non ti spaventa interpretare personaggi negativi?
«Per nulla. Mi spingono a farmi domande. Certo, qui siamo agli antipodi del personaggio che mi è stato affidato da Paola Cortellesi. Penso che noi uomini dobbiamo metterci in discussione. Come le donne: per loro la sorellanza è un valore. Dovremmo anche noi praticare la fratellanza, piuttosto che seguire logiche di branco».
Di cosa tratta “Orfeo” di Villoresi?
«È basato sul poema a fumetti di Buzzati. Virginio è unico, un Georges Méliès del 2025, un artista artigiano. Il mio ruolo è piccolo ma volevo farne parte a tutti i costi. Le piattaforme standardizzano la creatività, persone come lui sono indispensabili».
Ritorni a teatro diretto da Antonio Latella, interpreterai “Riccardo III”.
«Ripenso al mio primo laboratorio con Luca Ronconi, ora mi trovo a interpretare ruoli da protagonista, cosa posso dire? Ho sempre paura, mi chiedo: sarò all’altezza?»
Il tuo romanzo “Tre notti” diventerà un film?
«Lo sto scrivendo con Milena. Voglio dirigerlo io, sarà il mio debutto alla regia».
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
