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50 Anni di «Dersu Uzala»: Il Capolavoro Russo di Akira Kurosawa

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Di Giulia Moretti

Compie 50 anni «Dersu Uzala», il film (in russo) della rinascita di Akira Kurosawa

Un film girato durante un periodo difficile per il regista e finanziato da Mosca, che narra la vita nella taiga siberiana, il valore dell’amicizia e l’interazione tra civiltà e ambiente naturale.

Una scena tratta dal film «Dersu Uzala» di Akira Kurosawa

Nel luglio del 1975, il Festival del Cinema di Mosca ospitò la premiere mondiale di Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure di Akira Kurosawa, finanziato principalmente con fondi sovietici e girato interamente in lingua russa. Torniamo indietro nel tempo. Nel 1970, Kurosawa aveva realizzato Dodes’ka-den, il suo primo film a colori, con una produzione indipendente. Tuttavia, il film non ottenne l’apprezzamento né del pubblico né della critica internazionale, che lo criticarono severamente. Già dagli anni ’60, in particolare dal 1963 con Anatomia di un rapimento e dal 1965 con Barbarossa, Kurosawa aveva iniziato a incontrare difficoltà con i produttori. Dopo il fallimento di Dodes’ka-den, il regista si trovò in una profonda crisi artistica e personale, isolato dall’industria cinematografica giapponese, in un periodo segnato dall’ascesa della televisione e da nuovi registi più radicali come Nagisa Ōshima e Masahiro Shinoda. Nel 1971, colpito dalla depressione e dopo essere stato escluso dal film di guerra Tora! Tora! Tora!, tentò il suicidio.

In questo momento di disperazione, la Mosfilm, un’importante casa di produzione sovietica, offrì a Kurosawa l’opportunità di adattare i diari di viaggio del famoso esploratore russo Vladimir Arsen’ev, che raccontavano la sua amicizia con una guida indigena della taiga siberiana durante le esplorazioni nelle remote foreste orientali all’inizio del Novecento. Kurosawa accettò con entusiasmo, vedendo l’opportunità di dirigere nuovamente un film e di immergersi in culture lontane dal suo contesto abituale.

Girato in condizioni ambientali difficili, Dersu Uzala fu l’unico film di Kurosawa non giapponese e rappresentò un’opera di confine in vari sensi: geografico, linguistico, produttivo e poetico. L’epica narrazione, strutturata con flashback, inizia nel 1910 ai margini di una città in crescita, dove Arsen’ev (Yury Solomin) cerca la tomba di Dersu Uzala (interpretato dall’eccezionale attore mongolo Maksim Munzuk). La storia ci riporta al 1902, quando una missione topografica incontra Dersu, un anziano nomade del popolo Hezhen, che si offre come guida. Inizialmente percepito come grezzo ed eccentrico, Dersu conquista rapidamente il rispetto del gruppo grazie alla sua saggezza e umanità. Durante una tempesta notturna, salva la vita di Vladimir, cementando una profonda amicizia che dura fino alla fine del loro viaggio, quando Dersu decide di tornare alla sua vita nomade. Cinque anni dopo, un nuovo incontro rivela che Dersu è ormai anziano e afflitto da problemi di vista, che lo rendono incapace di cacciare. Preoccupato, Arsen’ev lo accoglie nella sua casa, ma Dersu fatica a adattarsi alla vita cittadina e chiede di tornare alla natura. Prima della sua partenza, Arsen’ev gli regala un fucile prezioso con un mirino potenziato, ma successivamente riceve la notizia della morte di Dersu, ucciso da un ladro per il suo fucile.

Scritto da Kurosawa insieme a Jurij Nikolaevič Nagibin, Dersu Uzala non esplora solo il possibile incontro tra civiltà e natura, ma riflette anche sull’inesorabile scorrere del tempo e sulla trasformazione dei paesaggi umani e naturali. Dersu rappresenta un mondo in via di scomparsa, profondamente connesso ai cicli della natura, mentre Arsen’ev simboleggia la modernità in avanzata. La sensibilità con cui Kurosawa tratta questo tema dona al film una profonda malinconia, evidente nella graduale decadenza di Dersu, che lotta con le conseguenze dell’urbanizzazione e la perdita della sua indipendenza.

Dal punto di vista stilistico, Kurosawa adottò un approccio visivo nuovo, meditativo e contemplativo, reso magnifico dalla fotografia di vari operatori, tra cui il fidato Asakazu Nakai (I sette samurai). Con lunghe sequenze paesaggistiche, il regista celebrò la maestosità della taiga, creando atmosfere sospese che immergono lo spettatore in un’esperienza quasi mistica. Tra momenti di puro cinema, come la straordinaria sequenza della tempesta sul lago ghiacciato, e scene di intensa emozione, come la morte di Dersu, il film segnò la rinascita del Maestro. Seguì poi Kagemusha – L’ombra del guerriero (1980), con il supporto produttivo di Francis Ford Coppola. Il film vinse il Gran Premio della Giuria a Mosca, l’Oscar come miglior film straniero l’anno successivo, oltre al David di Donatello e al Nastro d’Argento. La versione italiana dell’epoca durava 129 minuti contro i 141 della versione originale, recentemente rilasciata in una splendida edizione blu-ray restaurata digitalmente.

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