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Johnson Righeira: “Vamos a la playa, la mia pensione d’oro: La separazione da Michael, tra superficialità e profondità”

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Di Giulia Moretti

Johnson Righeira: «I diritti d’autore di Vamos a la playa rendono bene, sono la mia pensione. Il successo finì e mi separai da Michael: io fui superficiale, lui più profondo»

Il cantante lancia il brano «Chi troppo lavora (non fa l’amore)»: «La timidezza mi ha sempre limitato con le donne. Il mio concorrente era Gazebo, ma poi è diventato un grande amico. Ora le radio non trasmettono il mio nuovo singolo? Sembra che mi escludano, chissà perché…»

«In fondo, chi non desidera evitare il lavoro?». Del resto, il sogno di “andare alla spiaggia” ha sempre affascinato Stefano Righi, meglio conosciuto come Johnson dei Righeira. Con il suo compagno Michael, i Righeira hanno creato tre icone musicali degli anni ’80. Da Vamos a la playa a L’estate sta finendo, passando per No tengo dinero, hanno segnato un’epoca, seppur breve, dal 1983 al 1985. Ma questi brani resistono ancora oggi. Gli artisti si sono conosciuti al liceo e sono diventati inseparabili fino alla loro separazione. Johnson ora si esibisce da solo e nonostante la nostalgia dei fan per il duo, continua a fare circa 40-50 concerti all’anno.

Il suo nuovo singolo, «Chi troppo lavora (non fa l’amore)», è un inno alla pigrizia?
«È un elogio alla pigrizia ma anche a lavorare quanto basta, essendo adeguatamente retribuiti. Lo esprimo a modo mio, senza filosofie complesse, ma con un pizzico di quella leggerezza che mi ha sempre caratterizzato».

Le radio non trasmettono il suo nuovo brano. Si considera fuori da un certo “circolo chiuso”?
«Sembra che mi tengano ai margini, chissà perché».

Il titolo del brano richiama Adriano Celentano.
«Ho inserito quel piccolo tocco di leggerezza per evocare un brano che a quei tempi fu molto discusso. Era un periodo di lotte operaie, e il messaggio era provocatorio. Nel mio caso, voglio ribaltare la prospettiva: l’orario di lavoro dovrebbe essere equo, così da lasciare spazio anche all’amore».

Quanto guadagna in diritti d’autore?
«Vamos a la playa è il brano che mi frutta di più, come una buona pensione. Al secondo posto c’è L’estate sta finendo».

Com’è stato vivere quel primo grande successo?
«Ero impegnato con il servizio militare, quindi non ho potuto godermelo appieno».

Il servizio militare.
«Durante il periodo di Ferragosto, ero al limite. Mi rendevo conto che stava accadendo qualcosa di incredibile, ma ero escluso perché ero intrappolato in una routine quotidiana da ufficio. Mentre Vamos a la playa spopolava, io ero lì a gestire l’archivio dei ricambi militari».

Simulò una crisi depressiva per uscire dalla caserma?
«Non proprio. Iniziai veramente a sentirmi a disagio: la mia vita stava cambiando e io ero bloccato lì, mi sentivo in prigione. Era una situazione molto stressante, tra crisi e scoppi d’ira».

Come uscì dalla caserma?
«Raccontai delle bugie, ma senza successo. Poi ho tirato fuori l’istinto di sopravvivenza. Supplicai lo psicologo, spiegando che ero uno dei Righeira e che avevo bisogno di un permesso di 20 giorni. Dopo una lunga discussione sulla importanza del servizio militare, me lo concessero. E poi altri ancora. Così sono uscito».

E Michael?
«Anche lui era nel servizio militare. Durante un tour promozionale in Germania, fu sostituito da un amico poiché non ci conosceva ancora nessuno. Quell’amico visse una settimana di fama incredibile, un’esperienza oggi impensabile».

«L’estate sta finendo» sembrava un controsenso come hit estiva, ma parlava del tramonto della stagione.
«Infatti, c’era preoccupazione all’interno della nostra casa discografica su come il pubblico avrebbe reagito, temevano che non sarebbe stato ben accetto un brano sulla fine dell’estate a inizio stagione. Tuttavia, la canzone toccava temi universali come il tempo che passa e la paura di crescere, che furono ben accolti».

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Successo e donne?
«Ero e sono ancora molto timido. Non sono mai stato un rubacuori. Sicuramente ho avuto molte meno avventure di quante avrei potuto avere. Tuttavia, anche nelle situazioni più fugaci, conservo bei ricordi delle persone con cui sono stato, pur non avendole più riviste. In fondo, sono un sentimentale, come si può intuire da un testo come L’estate sta finendo».

Una storia da raccontare?
«Riguarda il mio primo singolo, Bianca Surf. Raccontava una storia d’amore molto triste che mi era realmente accaduta, ma la trattavo con ironia e allegria. Pensavo di concludere la relazione con quella ragazza, ma una volta, a casa di amici, la sentii in camera con un altro. Quindi capii che non c’ero solo io… Questa componente ironico-sarcastica è tipica dei Righeira».

Follie?
«Il mio stile di vita si è inevitabilmente elevato, ma non ho mai fatto grandi follie solo per il piacere di farle. Certamente non ho mai accumulato denaro… non sono neanche riuscito a farmi la villa con la piscina».

Qual è stato il motivo del primo scioglimento con Michael?
«Durante il periodo di crisi alla fine degli anni ’80, l’insuccesso ci colpì in modi diversi. Io l’ho vissuto più superficialmente, Michael più profondamente. Tra di noi svanì quel senso di gioco che aveva generato l’empatia iniziale. Cominciammo a prendere strade diverse, con visioni di vita divergenti, e ciò ci allontanò fino a non avere più nulla in comune».

La critica era dura con voi. Come la viveva?
«Molto male. Soffrivo terribilmente perché ero convinto — e con il tempo molti hanno iniziato a realizzarlo — che le nostre canzoni avessero contenuti profondi, livelli di lettura e citazioni che la critica ignorava, fermandosi a un’analisi superficiale. Magari eravamo primi in classifica, leggevo una recensione negativa e mi arrabbiavo tremendamente».

Il vostro rivale?
«Con Gazebo c’era una certa competizione perché ci contendevamo i primi posti nelle classifiche. Lui era molto popolare in Germania, noi più di lui in Italia. All’inizio ci incrociavamo raramente, ma poi Paul (Mazzolini, il vero nome di Gazebo) è diventato uno dei miei migliori amici nel mondo della musica».

Un ricordo indelebile del successo negli anni ’80?
«Un episodio che mi sorprende ancora oggi. Eravamo a Parigi per un programma televisivo e incrociammo i Culture Club. Boy George ci guardò e iniziò a cantare Vamos a la playa, oh oh oh oh. Considerando che fino a qualche mese prima compravo i suoi dischi, potete immaginare lo shock».

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