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«I tre giorni del Condor»: 50 anni di verità nascoste sulla democrazia!

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Di Giulia Moretti

«I tre giorni del Condor»: 50 anni dopo resta un atto d'accusa contro l'illusione di trasparenza democratica

Interpretazioni straordinarie di Robert Redford, Faye Dunaway e Max von Sydow

Il 24 settembre 1975, e successivamente in Italia a dicembre, si celebra a New York la prima di I tre giorni del Condor/Three Days of the Condor, un film di Sydney Pollack che segna un punto di riferimento per il genere del cinema “paranoico” americano degli anni ’70. Questo film segue l’apertura del genere fatta l’anno precedente da La conversazione/The Conversation di Coppola e prosegue con Tutti gli uomini del presidente/All the President’s Men di Alan J. Pakula l’anno successivo. La pellicola è basata sul romanzo quasi omonimo di James Grady I sei giorni del condor, con una sceneggiatura di Lorenzo Semple jr che ha accorciato la durata degli eventi per intensificarne l’impatto drammatico. Il film intreccia il genere thriller con una riflessione critica sui meccanismi del potere e sulla vulnerabilità dell’individuo di fronte alle istituzioni.
La trama si concentra sulla fuga di Joseph Turner, detto “Condor” (interpretato da Robert Redford), un analista della CIA che diventa il bersaglio di un sistema deciso a proteggere segreti oscuri. A Manhattan, dove lavora in un ufficio che si occupa di analizzare trame e codici nascosti nei libri e riviste da tutto il mondo, sfugge casualmente a un massacro che colpisce tutti i suoi colleghi. Da quel momento, inizia una caccia all’uomo guidata da Joubert (Max von Sydow), un freddo assassino alsaziano, in un’atmosfera di incertezza e insidie. Trova un rifugio temporaneo nell’appartamento di Kathy Hale (Faye Dunaway), una donna comune che, nonostante l’iniziale ostilità, decide di aiutarlo. Indagando per conto proprio, Turner scopre che dietro l’omicidio di massa si cela un’operazione deviata all’interno della CIA, orchestrata dall’ufficiale Leonard Atwood (Addison Powell), che era stato esposto da un suo rapporto. Mentre cerca di ottenere risposte dal vicedirettore Higgins (Cliff Robertson), Turner riesce a ricostruire la catena di responsabilità. Tuttavia, nel confronto finale nel Maryland, dopo che Atwood confessa e viene ucciso da Joubert, Turner diventa troppo scomodo e a rischio di essere eliminato. Sarà sufficiente aver consegnato il suo rapporto al New York Times per salvarlo?

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Pollack, noto all’epoca per un cinema liberal sia popolare che esplicitamente politico, in questa sua quarta collaborazione con il leggendario Redford (a cui seguiranno altre tre, tra cui il famoso La mia Africa/Out of Africa, 1985), dirige un thriller psicologico che combina l’atmosfera metropolitana con il ritmo di un film di spionaggio (l’unico riconoscimento agli Oscar che il film ha ricevuto è stato per l’eccellente montaggio di Fredric Steinkamp e Joe Giudice) e l’ansia politica tipica del periodo post-Nixon (durante la presidenza repubblicana di Ford), affidandosi al dualismo Redford/von Sydow per rappresentare simbolicamente la lotta tra l’individuo in cerca di verità e il Sistema che non esita (con un triste parallelismo contemporaneo) a sacrificare le pedine. Il nucleo della narrazione è la trasformazione del protagonista da intellettuale marginale e naïf a uomo costretto a confrontarsi con la brutalità del Potere. La disperata fuga di “Condor” attraverso Manhattan non è solo una fuga “fisica”, ma anche un’immersione simbolica nella paranoia di un paesaggio urbano che diventa un labirinto e metafora del disorientamento di un’intera nazione. Pollack, con l’aiuto del superbo direttore della fotografia Owen Roizman, trasforma infatti la città in uno spazio di psicosi e allucinazione complottista, con telefoni che non garantiscono comunicazioni sicure, appartamenti facilmente violabili, strade anonime battute da inseguitori invisibili e palazzi che sembrano addirittura “osservare” chi vi passa: ogni angolo urbano diventa potenzialmente ostile, mentre il film si allontana progressivamente dalla logica fantasiosa della narrativa spionistica per avvicinarsi a una cupezza realistica di una quotidianità che nasconde persecuzione e violenza. Con audacia ideologica, la CIA viene smantellata e privata della sua aura di baluardo della difesa nazionale, rappresentata come una cellula di un organismo superiore che trama nell’ombra, manipola e agisce al servizio di interessi economici ed energetici (in particolare legati al petrolio: un tema all’epoca di grande attualità), anticipando paure e inquietudini che si sarebbero rivelate profetiche; e delineando la progressiva sostituzione degli ideali con calcoli di convenienza geopolitica di cui è inutile sottolineare le odierne conseguenze.

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Ma a rendere ancor più memorabile il film è il rapporto con Kathy, la donna che Turner “rapisce” e poi conquista alla sua causa, introducendo un ulteriore elemento di ambiguità: la loro relazione, segnata da sfiducia e attrazione (con una delle sequenze “d’amore” più belle mai filmate a Hollywood) è metafora della difficoltà di stabilire legami autentici in un contesto dominato dal sospetto; e Faye Dunaway, con una recitazione controllata e malinconica, non solo trasmette l’immagine di una donna catturata in una rete più grande di lei e incerta se credere o meno al racconto del fuggitivo, ma incarna anche la dialettica naturale tra intimità e diffidenza. Al margine di questo nucleo emotivo, con un controllo straordinario del contrasto, incombe la figura dell’assassino Joubert, un ingranaggio impersonale che sublima per metafora l’orrore della normalizzazione della violenza e che nel suo dialogo “filosofico” con Turner suggella l’idea che il Potere, per sopravvivere, possa ricorrere a ogni mezzo senza più interrogarsi sulla legittimità delle sue azioni. Tutta materia ancora attuale (e veggente), che il linguaggio del film esalta mantenendo lo spettatore in uno stato d’ansia costante (incalzato dalla colonna sonora di Dave Grusin, un jazz rarefatto che pantografa il senso di sospensione), sottolineando come oggi lo statuto perverso di un’America minacciata dai propri stessi apparati di potere, dagli organismi che dovrebbero tutelarla e che invece agiscono per interessi “privati” o tornaconti ancor più meschini.

In questo senso, I tre giorni del Condor resta un atto d’accusa contro l’illusione di trasparenza democratica: con quel finale in cui Turner affida la verità alla stampa, ma rimane nel dubbio se verrà davvero pubblicata, che è un atto di sfiducia radicale in cui la semplice e ambigua domanda dello scambio conclusivo (“Sei sicuro che lo stampano?”) assume oggi, nell’era delle fake news, delle manipolazioni informative e del sospetto permanente verso le fonti ufficiali, la potenza di un monito sulla fragilità di ogni possibile “verità”. Redford attraversa il film, lo innesca, lo sostiene e lo innerva con il suo passo nervoso, le sue falcate da corridore, il suo carisma limpido, incarnando la paura e il dubbio di un’intera generazione sospesa tra il sogno di libertà e l’incubo della sua privazione. E gran parte del “suo” cinema (che fu bellezza, impegno, eleganza morale, lezione di dignità e di resistenza capace di rimanere viva oltre il tempo) passa necessariamente di qui.

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