Robert De Niro protagonista di una miniserie thriller che amplifica gli aspetti più estremi dell’America contemporanea
Una sera qualsiasi, l’America si ritrova a piangere la perdita di 3402 cittadini a causa di un attacco hacker senza precedenti che, in un solo minuto, ha messo fuori uso ogni dispositivo elettronico, dalle luci domestiche agli ospedali, dalle auto alle televisioni, lasciando tutto al buio. Questo grazie all’exploit di una vulnerabilità nel sistema informatico. E se l’attacco durasse un giorno intero, o addirittura un mese? Le conseguenze sarebbero catastrofiche.
Una guerra senza precedenti inizia, esasperando le tensioni e le polarizzazioni già presenti nell’America odierna. La miniserie, “Zero Day”, che sta riscuotendo grande successo su Netflix, ci intrattiene e al tempo stesso ci preoccupa, mostrandoci scenari di attacchi informatici, per fortuna meno devastanti, che colpiscono anche l’Italia e provengono dalla Russia.
La miniserie concitata di Lesli Linka Glatter, ex ballerina e coreografa che ha lavorato molto in televisione, anche in “Twin Peaks”, e creata da Eric Newman insieme a Noah Oppenheimer e Michael Schmidt, presenta un attacco informatico globale contro gli Stati Uniti, con immediate accuse rivolte alla Russia, anche se i sospetti moderni potrebbero essere diversi.
Mentre guardiamo i sei episodi da 50 minuti ciascuno, accompagnati da un crescente coinvolgimento emotivo, seguimo l’ex amato presidente democratico George Mullen, nominato dalla nuova presidente in carica (Evelyn Mitchell, una donna afroamericana, che rompe due tabù contemporaneamente), a capo di una commissione con poteri speciali per indagare sull’accaduto. Ci ricorda i film di fantapolitica degli anni ’60, come “7 giorni a maggio”, in piena guerra fredda.
George, che ha una moglie paziente e avvocato, ha perso un figlio per overdose, ma ha una figlia, innamorata di Roger, il più fidato collaboratore del padre. Man mano che i nemici politici iniziano a mostrare i denti, emergono complotti e manipolazioni, spingendo George, considerato da alcuni fuori di testa o addirittura affetto da demenza senile, a metodi investigativi estremi.
La figlia inizia a odiare il padre, e molte altre vicende devono ancora svelarsi prima di arrivare alla verità. Un ulteriore attacco informatico, ancora più devastante, peggiora la situazione, creando un clima post-apocalittico che rispecchia in modo spaventosamente realistico il disastro dei nostri tempi. La tensione è palpabile e la soluzione sembra essere sempre più lontana.
In queste sei ore, il timore per una deriva autoritaria dello stato, per il collasso delle telecomunicazioni e per le indagini ad alta tecnologia, ci ricorda i film degli anni ’60, ma con rischi oggi ben più grandi. Intrighi e sospetti si intrecciano in una narrazione complessa che tiene il pubblico in costante tensione.
Il cast è impeccabile, a cominciare dal magnifico Robert De Niro, che con un’intensità contenuta nel suo sguardo evoca la figura di un vecchio democratico al pari di Spencer Tracy. Tra gli altri, spiccano Matthew Modine, Angela Bassett, Lizzy Caplan e Joan Allen, in una rappresentazione dell’America sospesa sull’orlo del baratro, con riferimenti a eventi storici reali e alle distopie di George Orwell.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
