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Hamnet: Mereghetti assegna 7,5 a un giovane Shakespeare segnato dal lutto

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Di Giulia Moretti

La pagella del Mereghetti, «Hamnet»: Shakespeare prima della fama tra delusioni, lutti e paure (voto 7½)

Con le nomination agli Oscar che l’hanno riportato sotto i riflettori, Hamnet di Chloé Zhao si candida a diventare il film più discusso della stagione: non tanto per raccontare la carriera di William Shakespeare, quanto per mettere al centro il lutto e la maternità che potrebbero avere ispirato il Bardo. Il valore attuale del film sta proprio nella capacità di trasformare un dolore privato in una riflessione pubblica sull’arte e sull’identità.

La pellicola, tratta dal romanzo di Maggie O’Farrell pubblicato in Italia con il titolo Nel nome del figlio, costruisce il suo nucleo emotivo attorno a Agnes, interpretata da Jessie Buckley. La regia di Chloé Zhao trasforma la camera in un osservatore attento: le inquadrature rimangono spesso ferme, come se lo spettatore fosse seduto in platea a guardare una scena teatrale, e questo asciuga la narrazione fino a concentrarla sul vissuto quotidiano della famiglia.

Lo sguardo sul sedicesimo secolo è meno biografico e più simbolico: Agnes appare quasi nata dalla terra — la prima sequenza la mostra emergere tra radici e fogliame — e la sua relazione con la natura, con un falco che si posa sulla mano, la presenta come una figura ai margini della società. Si può leggere come strega, come outsider; la macchina da presa però non cerca etichette, preferisce restituire il mistero della sua presenza.

In questo contesto il giovane Will (Paul Mescal) è un uomo trattenuto: insegnante di latino in una piccola comunità, figlio di un commerciante di cuoio autoritario, attratto da Agnes ma costretto a scegliere tra casa e vocazione. La parte più intensa del film non è la carriera teatrale del futuro Shakespeare — che comunque è presente — ma la vita domestica ad Avon, con i tre figli della coppia: Eliza, Hamnet e Judith.

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La peste, la speranza per una figlia che guarisce, il dolore per la perdita di Hamnet: Zhao e la sceneggiatrice (la stessa O’Farrell è al tavolo della scrittura) costruiscono una sequenza di eventi che conduce alla tragedia privata e poi a una possibile elaborazione del lutto. Qui la recitazione di Jessie Buckley, sostenuta da una fotografia che privilegia toni fangosi e materici firmata da Łukasz Zal, diventa il vero motore emotivo del film.

È proprio dalla sofferenza che scaturisce la svolta: la pellicola trova un’uscita non consolatoria ma significativa quando la vicenda viene ricondotta alle assi del Globe Theatre. Lì, l’esperienza personale del padre si trasforma in spettacolo, suggerendo che l’arte può essere una forma di ricomposizione del dolore senza offrire un facile “happy ending”.

Perché vedere Hamnet ora

  • Performance: Jessie Buckley domina la scena con un’intensità che molte critiche considerano da premio.
  • Regia: Chloé Zhao applica al periodo storico il suo stile misurato, fatto di sguardi lunghi e scelte visive sobrie.
  • Temi: maternità, lutto e rapporto tra vita privata e creazione artistica sono messi in primo piano.
  • Approccio al Bardo: il film non è un biopic tradizionale, ma propone una lettura plausibile e originale delle origini di alcuni motivi shakespeariani.
  • Impatto emotivo: evita la consolazione facile e cerca una via d’uscita attraverso il teatro stesso.

La pellicola è arrivata alle premiazioni con otto candidature agli Oscar, tra cui miglior film e miglior regia, segnale che l’industria ha riconosciuto la sua forza formale ed emotiva. Questo riconoscimento alimenta il dibattito su quanto l’esperienza personale di un artista debba influire sull’interpretazione delle sue opere.

Senza forzare conclusioni, Hamnet propone un punto di vista che può cambiare il modo in cui guardiamo le origini di Amleto: non come semplice speculazione biografica, ma come esempio di come il teatro possa lavorare sul lutto privato per generare significato collettivo. Per lo spettatore contemporaneo, il film offre dunque una domanda aperta e pertinente: fino a che punto l’arte darà voce a ciò che non riusciamo a dire?

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