Un film che mette al centro il lutto, la creazione e la natura dei legami familiari: in sala arriva la trasposizione cinematografica di Hamnet, il romanzo che ha riletto la giovinezza di William Shakespeare attraverso la perdita di un figlio. La pellicola di Chloé Zhao propone un racconto intimo e controllato che solleva domande attuali su memoria e sopravvivenza.
Ambientato nella campagna inglese della fine del Cinquecento, il film segue il percorso umano di un giovane William prima che nascesse il mito. Paul Mescal interpreta un Shakespeare agli esordi, diviso tra l’ambizione per il teatro londinese e il desiderio di restare accanto alla sua famiglia. La sua compagna, Agnes — interpretata con intensità da Jessie Buckley — è ritratta come figura profondamente legata alla natura, capace di un affetto totale per i figli e per la terra che la circonda.
La vicenda familiare è il cuore emotivo del film: la coppia avrà tre figli, la primogenita Eliza e i gemelli Hamnet e Judith. La serenità domestica si incrina quando William parte per Londra, deciso a inseguire la propria arte; Agnes accetta la lontananza per amore, ma la vita prenderà una piega drammatica quando un’epidemia di peste bubbonica colpirà la comunità.
Chloé Zhao (regista premio Oscar per Nomadland) lavora per sottrazione: le sequenze più potenti del film sono spesso fatte di pause, sguardi e gesti minimi. La regia scandisce il dolore con un uso calibrato del silenzio e della materia visiva, trasformando il corpo e la natura in strumenti narrativi che suggeriscono più di quanto non dicano le parole.
Il contrasto tra la vitalità di William — giovane, curioso, irrequieto — e la presenza terrena di Agnes costruisce una tensione centrale: da un lato la spinta verso la fama, dall’altro l’attaccamento ai ritmi quotidiani. Quando la tragedia arriva, la coppia e la madre di lui (una notevole Emily Watson) dovranno fare i conti con colpa, perdono e un lento tentativo di ricomposizione.
- Titolo: Hamnet – Nel nome del figlio
- Regia: Chloé Zhao
- Tratto da: romanzo di Maggie O’Farrell (2020)
- Cast principale: Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Jacobi Jupe, Joe Alwyn
- Durata: 125 minuti
- Tema centrale: elaborazione del lutto, memoria, genesi artistica
Le interpretazioni sono il vero valore aggiunto: Jessie Buckley offre una performance di grande spessore, capace di rendere credibile sia la forza che la fragilità del personaggio; Paul Mescal costruisce un protagonista sfaccettato, spesso in bilico tra ardore creativo e incertezza affettiva. Emily Watson aggiunge profondità al ruolo della madre, in un confronto emotivo che regge il racconto anche nei momenti più pacati.
Dal punto di vista narrativo, il film non racconta una biografia esaustiva ma esplora un possibile nucleo di verità emotiva dietro la leggenda: la morte del giovane Hamnet diventa, nella narrazione, il presupposto che scolpisce le ombre e le ispirazioni dell’uomo destinato a scrivere capolavori. Questa lettura resta una congettura letteraria e cinematografica, ma offre uno spunto potente sul rapporto tra perdita personale e creazione artistica.
La scelta stilistica di Zhao privilegia immagini sensoriali e una progressione tonale che può risultare lenta per chi cerca un film più lineare: la ricompensa arriva se lo spettatore accetta un ritmo meditativo e l’economia dei dettagli. Alcune sequenze — in particolare quelle che giocano sul silenzio e sul paesaggio — restano a lungo impresse.
Perché vale la pena vederlo oggi? In un periodo in cui il confronto con il lutto e la cura della salute mentale sono temi ricorrenti nel dibattito pubblico, Hamnet propone una riflessione sobria e visivamente curata su come le famiglie attraversano il dolore e su come la memoria possa trasformare il trauma in materia creativa.
Voto della redazione: 4 su 5. In sala.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
