“Albania? È una vostra ossessione”. Così il primo ministro Giorgia Meloni respinge le domande sui nuovi trasferimenti al centro di Shengjin, anche se la Libra è già in posizione. Questa mattina è arrivata vicino alle coste di Lampedusa e sta per iniziare i cosiddetti “recuperi”, la selezione di naufraghi maschi adulti provenienti da paesi considerati sicuri secondo il nuovo decreto, per il trasferimento in Albania.

Questa mattina, medici, mediatori e operatori Oim, oltre agli osservatori Unhcr, sono saliti su una motovedetta che li porterà alla Libra, situata a 20 miglia a sud di Lampedusa. Entro poche ore saranno a bordo e potranno iniziare le operazioni.

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Il mare è affollato di piccole imbarcazioni e il canale 16, dedicato alle emergenze in mare, riceve decine di segnalazioni. Con il tempo tornato favorevole, sono riprese le traversate. Dalla mezzanotte all’alba di lunedì sono arrivate le prime barche dalla Libia con a bordo in totale 118 persone, tra cui molti siriani, afghani, pakistani, egiziani e uomini e donne del Maghreb. Due imbarcazioni sono arrivate autonomamente a terra, altre due sono state soccorse in mare aperto.

Già da domenica, piccole barche, carrette e gommoni hanno iniziato ad arrivare con regolarità. Durante la giornata di ieri, la Finanza e la Guardia Costiera hanno soccorso tre carrette del mare, inclusa una delle pericolose barche di ferro, le “bare galleggianti”, protagoniste di numerosi naufragi, che tentavano di raggiungere l’isola. Tutte erano partite dalla Tunisia, la prima beneficiaria di una breve tregua dal maltempo.

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Gli arrivi sulla rotta tunisina

Sul primo barchino erano presenti 39 persone, tra cui 12 donne e 12 minori non accompagnati, tutti tunisini partiti da Mahdia all’alba del giorno precedente, quando il vento è calato e il mare si è placato. Poco dopo è stata avvistata una barca di ferro, che miracolosamente è riuscita a raggiungere le acque vicino all’isola.

A bordo c’erano 51 persone, tra cui dieci bambini, tutti estremamente provati. Le iron boat sono gusci instabili, una sola onda più alta del normale o un movimento brusco dei passeggeri può farle iniziare a imbarcare acqua, affondando in pochi minuti.

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Sono viaggi disperati, destinati ai subsahariani, disposti a tutto pur di sfuggire alle deportazioni nel deserto che in Tunisia sono ormai la norma. Sul molo Favaloro di Lampedusa, si sono allineati uomini e ragazzi provenienti da Liberia, Senegal, Mali, Costa d’Avorio, Guinea Conakry. Un altro gruppo di cinquanta subsahariani, tra cui cinque donne e dodici ragazzini viaggianti da soli, è arrivato a Lampedusa nel tardo pomeriggio.

Obiettivo Tunisia

Nessuno di loro sarebbe stato “idoneo” al trasferimento in Albania, poiché nessuno dei loro paesi d’origine è nella lista dei 19 paesi considerati sicuri. Ma la rotta che parte da Sfax, Mahdia o le isole Kerkennah è quella che, secondo indiscrezioni, dovrebbe essere più monitorata. Oltre ai subsahariani, pubblicamente accusati dal presidente Kais Saied di essere “un’arma di sostituzione etnica” usata per alterare l’identità araba del paese, ci sono sempre più tunisini che tentano di lasciare il paese.

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La Finanza già pattuglia il mare

A differenza di molti paesi europei, l’Italia considera la Tunisia “paese sicuro”, con accordi con il governo di Kais Saied che garantiscono rimpatri rapidi, gli unici che potrebbero giustificare l’operazione Albania nonostante i costi elevati, sui quali, dopo le denunce presentate da Iv e Cinque Stelle, la Corte dei Conti dovrà esprimersi. A Lampedusa sono iniziate le manovre, con le prime motovedette della Finanza che pattugliano il mare.

A Tirana la società civile albanese e italiana contro il protocollo

Nel frattempo, anche la società civile si organizza. Mercoledì a Tirana, organizzazioni della società civile italiana e albanese riunite nel Network Against Migrant Detention si sono date appuntamento per una conferenza stampa e una protesta contro il protocollo. Questo accordo, spiegano, “estende la sovranità di uno stato membro europeo su territorio non-UE, usando la guerra alle migrazioni come pretesto per legittimare l’accesso di nuovi stati in Europa, mina il diritto d’asilo delle persone in movimento e rafforza pratiche razziste e discriminatorie come la detenzione amministrativa, le procedure accelerate alla frontiera e le deportazioni forzate verso paesi arbitrariamente definiti sicuri”. Gli attivisti avvertono: “è un nuovo modello che governi illiberali, come quelli albanese e italiano, sperimentano in Europa per implementare politiche ulteriormente antidemocratiche e repressive in materia di immigrazione”.

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