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Smonting spopola: appassionati aprono dispositivi per svelarne i meccanismi

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Di Elio Ferri Elio

Tutti pazzi per lo “smonting”, l’arte di disfare gli oggetti per scoprire i loro misteri interni

Vent’anni fa due divulgatori scientifici milanesi hanno trasformato una curiosità infantile in un piccolo laboratorio di scoperta: smontare oggetti per capirne il funzionamento e dare nuova vita ai loro pezzi. Oggi quell’idea, ribattezzata Smonting, è entrata nelle scuole e finisce anche nei programmi di team building aziendali, con ricadute pratiche su sostenibilità e formazione tecnica.

L’origine è semplice e concreta: durante un campo estivo alcuni bambini hanno trovato stampanti, tastiere e vecchi computer abbandonati in un sottoscala e hanno chiesto di aprirli per vedere “cosa c’è dentro”. Roberta Barzaghi ed Emanuele Breveglieri — autori e ideatori del percorso — hanno raccolto quei materiali e insieme ai ragazzi hanno iniziato a smontare, catalogare e ricomporre parti, trasformando il gioco in un percorso educativo strutturato.

La pratica è elementare ma richiede metodo: si lavora con attrezzi di base, guanti di protezione e attenzione. L’obiettivo non è rompere, ma osservare e interrogarsi: che funzione aveva questo componente? Di che materiali è fatto? Come si può riutilizzare? L’esperienza unisce manualità, pensiero critico e apprendimento scientifico.

  • Cosa si smonta: elettrodomestici, computer, radio, vecchi videoregistratori, piccoli utensili.
  • Cosa si impara: assemblaggio meccanico, nozioni base di elettronica, classificazione dei materiali, capacità di problem solving.
  • Risultato pratico: pezzi recuperati per progetti creativi, materiali inviati al riciclo, prototipi costruiti dai partecipanti.

Un ponte con le pratiche della riparazione

Smonting trova affinità naturali con i Repair Café e i Restart Parties: luoghi dove volontari aiutano i cittadini a riparare elettrodomestici, biciclette o capi d’abbigliamento, evitando lo spreco e riducendo i rifiuti. In Italia il fenomeno è in crescita; seppure ancora lontano dai numeri tedeschi, la rete si è ampliata e ha attivato nuove sensibilità sul diritto alla riparazione e sulla sostenibilità dei prodotti elettronici.

Un caso emblematico è quello di Rigiocattolo a Campobasso, un laboratorio nato dieci anni fa che ha rimesso in gioco quasi ventimila giocattoli grazie all’impegno di volontari e giovani apprendisti. Qui si riparano bambole, macchinine e pupazzi, restituendo alle famiglie oggetti carichi di memoria e affetto.

La logica della condivisione: Biblioteche degli oggetti

Accanto alla riparazione si diffonde anche l’idea di condividere: le cosiddette Biblioteche degli oggetti prestano attrezzature — dal frullatore alla tenda da campeggio — senza che sia necessario comprarle. L’esperienza di Leila a Bologna, pioniera del modello, si è estesa e ha progetti in cantiere per atenei e scuole (tra questi, iniziative in collaborazione con università e istituti secondari), per alleggerire costi e spingere verso pratiche meno consumistiche.

Secondo gli ideatori e gli operatori del settore, percorsi come Smonting e i servizi di prestito favoriscono una cultura della riparazione e del riuso che può contrastare l’obsolescenza programmata e l’usa e getta.

Perché interessa oggi

La novità non è solo educativa: favorire competenze tecniche e consapevolezza sui materiali ha ricadute immediate su ambiente e economia domestica. Scuole che adottano questi laboratori offrono agli studenti strumenti per comprendere la tecnologia oltre lo schermo; le aziende che li propongono coltivano collaborazione e creatività. Allo stesso tempo, reti di riparazione e prestito riducono rifiuti e spese per famiglie e istituzioni.

In ultima analisi, Smonting funziona come una palestra di curiosità: insegna a guardare dentro gli oggetti, a capire la loro storia materiale e a immaginare alternative al consumo compulsivo. È un piccolo tassello — pratico e accessibile — di una transizione culturale verso una maggiore responsabilità ambientale.

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