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Umberto Fanni rivoluziona l’opera: Verdi conquista il mondo arabo, «la Svizzera del Medioriente»

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Di Giulia Moretti

Umberto Fanni, l'italiano che porta Verdi nel mondo arabo: «Questa è la Svizzera del Medioriente»

Originario di Cagliari e 63 anni, dal 2014 dirige artisticamente la Royal Opera House in Oman: «un teatro aperto a tutti, inclusivo, che spazia dalla lirica alla musica araba e al rock»

In un’area che un tempo era deserto, a Muscat, emerge un maestoso edificio bianco di architettura araba. All’interno, marmi italiani e legni della Malesia si combinano in un ambiente che ospita due sale tecnologicamente avanzate, circondate da palme da dattero e ampie zone verdi, con il mare a soli 500 metri di distanza. La città ricorda Los Angeles per il suo centro indefinito, ed è situata lungo una delle arterie principali che portano al cuore urbano.

Il protagonista di questa storia è un sardo di 63 anni, Umberto Fanni, le cui notti orientali hanno avuto inizio nel 2014 quando assunse il ruolo di direttore artistico e generale della Royal Opera House di Muscat. La sua prima visita avvenne l’anno precedente come manager dell’Arena di Verona, con una formazione musicale che passa per Brescia, Ginevra e Trieste, e l’inaugurazione con la “Turandot” di Zeffirelli.

Dimenticate il cliché del sultano italiano alla corte dell’Oman. Il sogno di un mondo arabo “diverso” prosegue oggi sotto Haytham bin Tariq, successore di Qabus bin Said, un re che nel 1970 iniziò una rivoluzione culturale e sociale, promuovendo l’alfabetizzazione, la tolleranza religiosa e la passione per la musica, tanto da suonare l’organo e adorare Mozart. «Fui scelto tra dieci candidati dopo un colloquio di tre ore, dove discutemmo di come vedessi il futuro del teatro, di educazione e di un’apertura verso la comunità, nonostante fosse un teatro regale», racconta Fanni. I biglietti variano da 10 a 150 euro per le prime.

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La struttura è profondamente italiana. Hanno diretto qui figure del calibro di Riccardo Muti e Gianandrea Noseda, tra gli altri, e registi come Michieletto e Livermore hanno lavorato più volte qui. Fondazioni italiane, eccetto La Scala e l’Accademia di Santa Cecilia, sono di casa. E poi, sorprendentemente, c’è spazio anche per autori contemporanei, come quando Michele Dall’Ongaro presenta l’opera “Robin Hood” di Vincenzo De Vivo, una produzione del Petruzzelli di Bari.

Limiti? «Non ci sono stravolgimenti, né registi concettuali tedeschi». Censure sui libretti, come l’alcool? «Il brindisi della Traviata è con bicchieri vuoti o pieni d’acqua». E per l’ubriacone Falstaff? «Gli togliamo la bottiglia…». Dal 2013, la Royal Opera House ha presentato 64 titoli in una stagione che va da ottobre a maggio, chiudendo per il Ramadan e per il caldo estremo che raggiunge i 50 gradi.

Ma il Center of Performing Arts fa molto di più in una città multietnica: dal rock di Zucchero alla musica araba. Per Fanni, l’obiettivo è «non solo creare un cartellone, ma costruire ponti e relazioni culturali, offrendo una nuova visione del mondo e la possibilità di tessere legami non solo artistici». Una sorta di ambasciatore della cultura. Come si vive da italiano in Oman? «È un paese senza crimini, pieno di giovani, dove mi sento protetto e sicuro. È la Svizzera del Medio Oriente».

Non ci sono molti teatri simili aperti all’Occidente in quella regione. A Dubai ce n’è uno a 500 km di distanza, poi l’Abu Dhabi Festival che però non include musica, in Bahrein c’è un auditorium che non ospita lirica, e in Kuwait tre strutture dedicate solo alla musica araba. «A Muscat, oltre ai due teatri da 950 e 600 posti, abbiamo una biblioteca musicale interattiva e una mostra permanente sulla storia della musica e degli strumenti».

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