Nel magnifico teatro di Muscat, diretto dall’italiano Umberto Fanni, si svolge uno spettacolo che celebra l’eroe nazionale, consolidando l’identità di una nazione nata soltanto 55 anni fa
MUSCAT Per la prima volta, l’Oman (e l’intera penisola arabica) ospita un’opera in stile Grand Opéra, che include anche il balletto. Questo avviene attraverso la figura del suo eroe nazionale. L’opera si intitola Sindbad, il marinaio omanita ed è opera del compositore e direttore d’orchestra egiziano Hisham Gabr. Davanti a esponenti della famiglia reale, nella splendida Royal Opera House di Muscat, decorata con marmi italiani e legni africani e indiani, prendono vita le avventure del famoso marinaio in una versione liberamente adattata dalle storie di Le mille e una notte.
Nel libretto scritto da Nadeh Salah El Din, Sinbad è descritto come un uomo “saggio, coraggioso, puro, leale”. Tornato nella sua patria dopo un lungo viaggio, è incaricato di una missione: potrà sposare la sua promessa sposa, figlia del governatore, solo se riuscirà a ritrovare la sorella minore, scomparsa in circostanze misteriose.
Il teatro è diretto dal 2014 da Umberto Fanni, un italiano formatosi all’Arena di Verona, che aveva inaugurato il teatro tre anni prima con Turandot di Zeffirelli. Fanni è il promotore di questa iniziativa che ha un significato che va oltre la mera rappresentazione scenica. È una favola, ma dietro di essa si nasconde un progetto culturale e politico: quello di consolidare l’identità nazionale di un paese ancora giovane.
Qual è il modo migliore per raccontare il loro “Garibaldi”, che qui si chiama Sindbad con la “d”? L’Oman fu fondato nel 1970, il sultano formatosi a Londra Qaboos bin Said Al Said unificò le tribù; il suo successore, il cugino Haytham bin Tariq, continua su questa linea di apertura anche culturale, di scambio e di negoziazione. Certo, permangono aspetti controversi come la pena di morte. E per le strade, ad esempio, se l’automobile non è pulita, la polizia può multarti, e se passi con il rosso, finisci in prigione.
Il regista ungherese Csaba Kael, con l’orchestra ungherese nel fossato, ha optato per scenografie con fondali dipinti, proiezioni e una vera barca, tra tempeste e naufragi, palmeti, caverne e isole remote popolate da creature mostruose. Maledizioni, incantesimi, tormenti d’amore dominano la scena, eppure, sul palco e tra il pubblico, uomini e donne non possono nemmeno sfiorarsi.
Lo spettacolo è carico di immaginazione, evocazione e illustrazione, con alcune ingenuità che potrebbero non convincere i palati più sofisticati europei. Riflette l’anima di questo paese: il sincretismo, la sintesi, la “moderazione” musulmana che lo caratterizzano, grazie alla maggioranza ibadita “portatrice di pace”. Questo emerge sia nella trama (il lieto fine, il marinaio che fa la pace con il pirata dall’occhiello nero, con il messaggio che il mare unisce anziché dividere), sia nell’eclettismo musicale dal sapore naïf, sia nello stesso teatro che accoglie tutti i generi musicali.
Alla formazione orchestrale di stampo europeo si aggiungono strumenti locali, dalle percussioni all’oud, il loro liuto. Il risultato? Una fusione dalle mille e una nota, un’immersione nell’easy listening. Come spiega il compositore, “la forma e la struttura sono occidentali: la suddivisione in atti, arie e duetti, il villain antagonista. Ma le melodie rispettano la fonetica e l’estetica della lingua araba”. Si percepiscono echi pucciniani e c’è anche un flauto, naturalmente magico, per neutralizzare gli incantesimi della strega. Il regista sottolinea che questa è “la prima autentica opera araba”. “In Oman – ricorda Fanni – abbiamo ospitato in passato delle operette, ma questa è una novità assoluta. La lirica è un ponte tra culture diverse”.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
