Francesco Filidei ha composto musica e libretto per la versione operistica del celebre romanzo di Umberto Eco, diretta da Ingo Metzmacher e messa in scena da Damiano Michieletto: il debutto alla Scala è stato salutato con 12 minuti di applausi.
MILANO Per coloro che hanno avuto il piacere di immersi nelle pagine di Umberto Eco, la prima mondiale dell’opera «Il nome della rosa» ieri sera alla Scala è stata un’esperienza intensa e commovente. Tre ore di rappresentazione che hanno rispettato l’essenza del testo originale, distinguendosi per un’alta qualità artistica senza concessioni a facili approcci popolari.
La partitura di Francesco Filidei, unita alla direzione di Ingo Metzmacher e alla regia di Damiano Michieletto, ha dato vita a un’opera in cui orchestra, coro e voci bianche del Teatro alla Scala hanno interpretato un libretto in italiano arricchito di citazioni in latino, greco, ebraico, tedesco e francese. Il tutto inframmezzato da elenchi dettagliati, un’eco della passione di Eco per Jorge Luis Borges.
La scenografia evoca un oscuro teatro anatomico: dall’alto, monaci intenti a leggere il romanzo osservano la scena, disposti su due file di stalli. In scena si susseguono i sette giorni di narrazione del romanzo, organizzati in 24 scene, ciascuna con un proprio simbolo visivo, come spiegato da Filidei.
L’opera rimane fedele alla trama del libro: in una abbazia medievale si susseguono morti misteriose che il frate Guglielmo da Baskerville e il novizio Adso cercano di risolvere. Scoprono che la causa è un libro proibito, contenente pagine avvelenate.
Oltre all’elemento thriller, l’opera esplora i vari livelli narrativi del romanzo: la figura della donna tentatrice, creature fantastiche che prendono vita dai manoscritti, e dibattiti teologici sulla povertà di Cristo, arricchiti da giochi linguistici e specchi riflettenti.
Alcune scene si distinguono per la loro potente efficacia visiva, come quella in cui, poco dopo l’entrata in scena di Adso e Guglielmo, un altorilievo si sgretola rivelando un danza macabra.
Gli elementi scenografici sono accuratamente studiati: dalle teche con i corpi dei monaci alla rappresentazione della Madonna di van Eyck, fino alla luce fredda che domina la scena, riscaldandosi solo durante l’incendio finale dell’abbazia.
Al debutto erano presenti membri della famiglia Eco e figure di spicco del mondo della musica e del teatro. Stefano Eco ha espresso soddisfazione per l’armonia dell’opera, e anche le personalità del settore presenti hanno lodato la scelta di non banalizzare la trama con soluzioni troppo commerciali.
Nonostante qualche critica sulla quantità di musica, l’opera si distingue per la sua unicità rispetto ad altre produzioni, offrendo spunti per ulteriori adattamenti, come un possibile musical in stile Broadway.
Le nom de la rose verrà rappresentata in francese nel 2028 all’Opéra Bastille in una versione più moderna ed elettronica. Filidei è riconosciuto come un talento meritevole di entrare nel repertorio dei grandi teatri lirici internazionali.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
