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Max Mara compie 70 anni: ecco il segreto del suo eterno successo!

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Di Federico D'Angelo

Max Mara, 70 e non sentirli

«Uno dei nostri maggiori orgogli? Avere contribuito all’emancipazione femminile, rendendo le donne belle e sicure di sé con i nostri cappotti Max Mara, tra cui il celeberrimo Teddy Bear Coat in cashmere. I nostri abiti sono creati pensando alle donne indipendenti e pratiche di ieri e di oggi. E se la barriera invisibile che le separa dal potere si è indebolita, è anche grazie a noi. Un esempio lampante? Kamala Harris, la vicepresidente degli Stati Uniti, che ha indossato uno dei nostri cappotti il giorno dell’insediamento di Biden».

Max Mara celebra il suo settantesimo anniversario e a narrare la storia del brand, giunto alla terza generazione, è Ian Griffiths, un britannico trapiantato da anni a Reggio Emilia, la sede centrale di Max Mara. Qui, da tempo, ricopre il ruolo di direttore creativo, rinnovando con successo stagione dopo stagione lo stile della maison e custodendo i segreti di questo marchio elegante e senza tempo che continua a incantare le donne. Al centro di tutto, il cappotto: un simbolo di eleganza celebrato ai massimi livelli.

Come ha avuto inizio la storia di Max Mara?
«L’idea originale viene dalla mente geniale di Achille Maramotti, il fondatore. Nei primi anni Cinquanta, aveva percepito i rapidi cambiamenti in atto; le donne non desideravano più rivolgersi alla sarta per i loro abiti. Così, per vestire l’alta borghesia, dalle mogli degli avvocati a quelle dei medici, decise di lanciare una collezione di cappotti e tailleur, inaugurando un prêt-à-porter di alta qualità e buon gusto, che inizialmente presentava nei negozi di tessuti, dato che all’epoca le boutique erano una rarità».

Inoltre, Achille Maramotti aveva una profonda conoscenza della moda.
«Esatto, sua nonna, Marina Rinaldi, era sarta e sua madre, Giulia Fontanesi, oltre a insegnare francese, aveva avviato una scuola di taglio e cucito, dove si apprendevano il mestiere e l’arte di essere donne indipendenti, pronte a farsi strada nella vita. Da qui è nato il femminismo pragmatico che Max Mara ha sempre mantenuto».

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Un approccio caratterizzato da uno stile inconfondibile e cappotti memorabili.
«All’inizio, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, era il gusto parigino a dominare, ma negli anni Ottanta la moda ha preso una nuova direzione. Sono emersi nuovi designer e Max Mara, con Laura Lusuardi alla guida dello stile, ha portato a Reggio Emilia Anne Marie Beretta, considerata la regina dei cappotti. Da lì, con il suo modello 101801, è nata una straordinaria storia di stile, con codici che hanno reso Max Mara amato dalle donne di tutto il mondo. I nostri cappotti, che pur includono molti dettagli maschili, esaltano la femminilità con linee precise e materiali come il cammello, il cashmere o l’alpaca».

Un’estetica sobria, quindi, senza fronzoli ma con un tocco distintivo.
«Sì, e c’è una logica dietro a tutto ciò. Vogliamo che i nostri cappotti, come i nostri abiti, valorizzino non solo l’estetica ma anche il gusto e l’intelligenza delle donne autentiche che scelgono Max Mara. È un messaggio potente che abbiamo evidenziato anche nelle nostre campagne pubblicitarie, con top model del calibro di Carla Bruni, Stella Tennant, Eva Evangelista e Cindy Crawford, fotografate da maestri come Richard Avedon e Steven Meisel, solo per nominarne alcuni».

Lei è entrato in azienda molto giovane.
«Era il 1987 e avevo vinto un concorso al Royal College di Londra indetto da Max Mara. Quando mi chiesero di disegnare un cappotto, l’“oggetto sacro” della maison, ero molto nervoso. Ma ho colpito nel segno. Vogue Italia ha subito messo in copertina Isabella Rossellini con il mio cappotto, e poi è stata la volta di Vogue Inghilterra».

Tra le sue creazioni più famose c’è il celebre Teddy Bear, diventato un best seller.
«L’ho ideato nel 2013, in un periodo in cui volevo offrire alle donne qualcosa di confortevole, un capo ampio e voluminoso, con un tessuto pregiato in cashmere. In quel tempo prevalevano gli abiti aderenti, ma ho deciso di andare controcorrente e ho fatto bene. Quel cappotto giocoso, quasi un ritorno all’infanzia, continua a riscuotere un enorme successo».

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Da dove è venuta l’ispirazione per il Teddy?
«Nel 1958, Achille Maramotti aveva realizzato un cappotto in tessuto orsetto per un amico. La prima ispirazione per il Teddy era un cappotto maschile, ma oggi è un tributo alla femminilità, disponibile in varie versioni colorate, incluso il rosa».

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