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Cumino e Mirra: il “Profumo delle Rifugiate” Contra la Povertà!

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Di Federico D'Angelo

Storie di cumino e mirra: il “profumo delle rifugiate”, via d’uscita dalla povertà

Il Progetto SEP: un’iniziativa per le donne del Campo di Jerash in Giordania

«Da bambina, coglievo le gocce di mirra dagli alberi. Inizialmente amare, si trasformavano poi in dolcezza. Per noi, la mirra era l’albero delle dolcezze». «Le donne preparavano il pane, ciascuna seguendo la propria ricetta, e ogni bambina sosteneva che quello di sua madre fosse il migliore». Così racconta Kadeejeh, il cui viso è completamente coperto, tranne per i grandi occhi neri: «Sono nata nel campo 47 anni fa. Allora la vita era molto diversa. Mi spostavo ad Al-Mafraq (a 40 chilometri a est) per lavorare in un’azienda agricola, raccogliendo pomodori, cetrioli, mele cotogne e olive. Questo era il sostentamento della mia famiglia».

Queste storie provengono dalle donne del Campo di Jerash, in Giordania, un tempo nota come Gerasa, una città romana antica di cui rimangono maestose rovine. Attualmente, il campo ospita ventiseimila rifugiati, quasi una piccola città. Alcuni sono residenti di quarta generazione. Questo luogo, una piccola realtà racchiusa nel profumo Cumin & Myrrh Stories (Storie di Cumino e Mirra), è stato creato da Integra Fragrances per SEP (Social Enterprise Project), un’impresa di moda e lifestyle di lusso che si concentra fortemente sull’impatto sociale. L’azienda impiega cinquecento ricamatrici-artiste che hanno riscoperto un’antica sapienza e realizzano capolavori tessili come nel XIX secolo. Cumin & Myrrh Stories racchiude le essenze del campo, la polvere del deserto, le spezie, la pioggia e il profumo dei neonati, fungendo da ponte tra culture diverse e come una macchina del tempo per coloro che hanno lasciato il campo e ora vivono lontani.

Il profumo racchiude la mirra delle dolcezze e dei ricordi, insieme a cumino, zenzero e cardamomo, ingredienti chiave della Kabsa, un mix di spezie diffuso nella cucina del mondo arabo e del Medio Oriente che include cannella, pimento, cardamomo verde, limone, zafferano e pepe bianco o nero, con l’aggiunta facoltativa di noce moscata e alloro. Il profumo della Kabsa si diffonde nel “Rick’s Café” del film Casablanca. In un piccolo roll-on, inserito in un sacchetto di lino e cotone ricamato a mano (disponibile su www.sepjordan.com), si condensano le essenze di molte vite: legno di cedro, fico essiccato e rosa, fragranze amate dalle rifugiate: «Le rose sono come il caffè: se non condividi una tazza, il loro aroma diventa triste e nostalgico». A queste si aggiungono note profonde di mirra e fava tonka che evocano la terra polverosa del campo, e infine, una sublime vaniglia, uno degli oli essenziali più popolari nelle fragranze moderne, che lascia una traccia dolce e confortante, ricordando l’odore innocente dei neonati.

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La portatrice di queste storie nel mondo è un’italiana, Roberta Ventura. Dopo vent’anni trascorsi nel settore finanziario (dieci a Londra e dieci a Bruxelles), ha fondato SEP Jordan insieme a suo marito Stefano nel 2013, con l’obiettivo di cambiare la realtà un passo alla volta e offrire alle donne una via di fuga dalla povertà. Prima impresa privata nel campo di Jerash, SEP impiega cinquecento artiste del ricamo, età compresa tra 18 e 56 anni, di origine palestinese, siriana e giordana, tutte rifugiate. Per loro, questo rappresenta un’opportunità di indipendenza economica (considerando che riescono a sbarcare il lunario con cinquanta dollari al mese). Sciarpe, cuscini, portacellulare, borse, pezzi unici, sono venduti nei negozi di Amman, Ginevra, Berlino e Milano. «Chi vive in un campo profughi cerca in ogni modo di distaccarsi dalla sua situazione di precarietà, incertezza e umiliazione», spiega Roberta, «creare opportunità di lavoro basate sul loro patrimonio culturale è stato fondamentale per me». Halleema, giordana, ha sette figli e un marito insegnante ora in pensione. I ricami le hanno permesso di pagare le rette scolastiche: «Due delle mie figlie si sono laureate. Ora hanno un futuro, un lavoro e presto si sposeranno». Hiba, nata e cresciuta nel campo, racconta: «Ho studiato fashion design per due anni, ma non ho frequentato l’università». Ora insegna ricamo alla sua bambina di otto anni. Asma, madre di sei figli, aspira a pagare la loro istruzione, «comprare un’auto e arredare la casa che sto costruendo fuori dal campo». Tutte sorridono.

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