Il Dibattito sul Design secondo Marisa Fumagalli
Nel mondo del design, criticare sembra quasi un tabù. Durante la Design Week, evento di punta a Milano, le star dell’architettura sono venerate quasi quanto le supermodelle, e sollevare obiezioni è mal visto. Ma Marisa Fumagalli, che si autodefinisce “una giornalista anziana e capricciosa”, ha infranto questo silenzio inaugurando una piccola ribellione. Maurizio Crozza, imitando l’architetto Massimiliano Fuksas (chiamato scherzosamente Fuffas), ha scherzato dicendo: “Se è comprensibile è una sedia, se non lo è, allora è design”.
Il libro Te lo do il design (edito da Rubbettino) emerge dalle esperienze di Fumagalli accumulates durante anni di viaggi come reporter. Sebbene non raggiunga le mille camere descritte da Enzo Biagi, cinquecento le ha certamente viste. Queste esperienze includono l’incontro con docce futuristich, interruttori celati, rubinetti enigmatici (che rilasciano acqua solo se toccati correttamente), lavandini privi di appoggi per lo spazzolino, luci enigmatiche (come si accendono? come si spengono?) e l’assenza di prese elettriche vicino ai tavolini. Non mancano posate bizzarre come lo Spork, un utensile tre in uno, e il Moscardino, un ibrido forchetta-cucchiaio premiato ma scomodo da usare “perché se lo prendi da entrambi i lati ti sporchi le mani”. Anche lo spremiagrumi disegnato da Philippe Starck, pur essendo un oggetto di grande bellezza esposto nei musei di tutto il mondo, entra nella critica. Come suggerisce Fabio Novembre: “Acquisti uno spremiagrumi e ti ritrovi con una scultura. Non è questa una forma di genialità?”. Starck, interrogato sull’argomento, ha risposto che il suo intento era creare un pretesto per stimolare conversazioni tra suocera e nuora. Altri esempi includono il Cactus, “un appendiabiti dove non si può appendere nulla” e Pratone, un divano poco pratico.
Accompagnata da altri critici del design
Fumagalli non è sola nelle sue critiche. Antonio Perazzi, architetto paesaggista, menziona una paletta esteticamente piacevole ma inadeguata per scavare. Diego Dalla Palma, make-up artist, critica i rubinetti di un noto hotel, “due mele rosse di vetro pendenti dal soffitto”, e i comodini “che emergono dal pavimento premendo un pulsante sulla testata del letto”. Catena Fiorello si esprime contro una scala bizzarra a forma di anguria aperta, con gradini che imitano l’interno, semi inclusi. Donatella Rettore si lamenta di un rubinetto dal flusso così forte da rovinarle il trucco spruzzando acqua sul viso. Enrico Bertolino critica la domotica: “tre comandi solo per alzare e abbassare le tende!”. Giuseppe Fantasia cita “l’interruttore per le luci, astutamente nascosto dietro uno specchio”.
Ma perché si verificano questi eccessi? Il psicologo americano Donald Norman, nel suo libro “La caffettiera del masochista”, spiega che “nell’economia di consumo siamo circondati da oggetti del desiderio, non da oggetti d’uso”. Gli status symbol diventano “esperienze”. Gianluca Montinaro, storico delle idee, è implacabile: “La vita si è trasformata in design, è diventata instagrammabile, conta solo la messinscena. E non importa se è di cartapesta inutilizzabile, purché sia di grande design”.
Ognuno degli intervistati da Fumagalli ha trovato il proprio modo di sfuggire a questa follia. Preferiscono acquistare oggetti dalla funzionalità provata, chiedere spiegazioni su docce e luci in hotel prima di utilizzarle, o semplicemente augurano una punizione esemplare per chi ha deciso di posizionare le prese di corrente sotto i sedili sui treni, costringendo i passeggeri a inginocchiarsi in un improbabile omaggio al dio del design.
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Federico D’Angelo, specialista del benessere e delle tendenze moderne, offre consigli pratici per uno stile di vita equilibrato e ispiratore, adatto alle sfide quotidiane.
