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Settimana della Moda a Tanger: La Rivoluzione delle Donne!

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Di Federico D'Angelo

Tanger Fashion week, la rivoluzione delle donne

Abiti-mimosa come simbolo di femminilità e solidarietà; rami d’ulivo in segno di protesta silenziosa

Potrebbe essere necessario aggiungere una nuova fermata al calendario delle Fashion Week internazionali, almeno stando alle aspirazioni del Marocco e della città di Tangeri, che non sono affatto velate. In questa città bianca e ventosa, che ha visto passeggiare personaggi come Jack Kerouac, Henri Matisse e la ricca ereditiera Barbara Hutton, e che vanta prati curati al pari di quelli britannici, la moda, attualmente molto haute couture, è una vera e propria ossessione. Cartelloni pubblicitari dominano il paesaggio, e strutture come l’Hilton, con le sue sale moderne che guardano al mare, e l’ingresso del Fairmont, un palazzo in stile moresco degli anni ’20, ne sono una prova. Il caftano rimane un capo indispensabile, ma reinterpretato da giovani designer marocchini formatisi a Londra e Parigi, si trasforma in qualcosa di più: diventa tunica corta, mantello, soprabito.

Durante la Tanger Fashion Week (30 maggio – 1 giugno), si respirava un’aria di rivoluzione. La “Resilience Collection” di Hindi Couture, marchio del designer franco-palestinese Hindi Mahdi, ha portato nel loggiato del maestoso Palais Moulay Hfid, un capolavoro architettonico degno delle Mille e una Notte, donne in tulle rosso velate come spose che tenevano in mano un rametto d’ulivo, in un gesto politico silenzioso. Intanto, Lamia Lakhassi presentava l’abito-mimosa con fiori gialli in 3D, nonostante il 8 marzo fosse già trascorso, come simbolo di orgoglio femminile e di solidarietà. Lamia El Ghazouani, con un approccio giocoso e trasgressivo, rivoluzionava il caftano combinando tessuti e colori in modi inediti, con un effetto patchwork simile a Desigual, creando outfit dinamici con lacci che formavano ampi cappucci, orli asimmetrici e maniche avvolgenti.

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Se in Italia i brand si affidano spesso a materiali sintetici come la viscosa, qui si assiste a un vero e proprio spettacolo di tessuti da favola: broccati, sete intrecciate con fili d’oro, frange, nappe, velluti leggeri e ricami incredibili, tutti realizzati a mano, come sottolinea Souad Charaibi di Renata Haute Couture, che veste evidentemente principesse. E poi, l’audacia nel colore: dall’arancione al blu elettrico, passando per un verde vivace fino al fucsia.

Sostenuta dal Ministero della Gioventù, della Cultura e della Comunicazione e dall’impegno dell’instancabile Hind Joudar, avvocata franco-marocchina che lo scorso anno aveva organizzato la settimana della moda a Marrakech, la Tanger Fashion Week si propone come veicolo per sviluppare nuovi linguaggi e costruire ponti tra le culture del Mediterraneo. Non è un caso che le sfilate siano state inaugurate dalla retrospettiva di Vivienne Westwood, una delle figure più innovative del XX secolo, con dieci abiti iconici creati nel 2013. E che le stiliste, in prevalenza donne, abbiano reinterpretato, ciascuna a suo modo, la propria storia. La designer turkmena Gowher Gouvernet, che insegna moda a Parigi, è arrivata con il suo seguito di influencer. Farah Bouhout mescola le influenze andaluse di Tetouan, dove è nata, con le sue radici berbere. Un mix affascinante. Un contributo a questa rivoluzione è dato dalla vulcanica Veronica Pozzi, ex avvocata (il suo marchio è Vevè Design) che ha esplorato le botteghe artigiane per creare tessuti eccezionali.

Chissà cosa penserebbe Yves Saint Laurent, che a Villa Mabrouka trovò il suo rifugio più segreto. Probabilmente sarebbe felice di sapere che la sua passione per la moda sta germogliando anche qui.

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