Il nuovo film di Edoardo Gabbriellini, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, si rimette al lavoro su un fatto di cronaca noto senza inseguire l’effetto spettacolo: anziché spettacolarizzare la violenza, punta a restituire il contorno umano e ciò che resta in ombra. La scelta registica privilegia uno sguardo asciutto che mette in luce la prova degli interpreti, su tutti Emanuele Maria Di Stefano.
Gabbriellini prende le distanze dal romanzo da cui il film trae origine, spostando il fuoco dallo scandalo pubblico alla dimensione privata e quotidiana dei personaggi. L’intento non è spiegare la tragedia con cause apparenti, ma mostrare come la vita ordinaria si incrini senza dare risposte rassicuranti.
La macchina da presa evita gli eccessi: non ci sono ralenti celebrativi né momenti costruiti per lo shock. Al contrario, il film sceglie sequenze sobrie e dettagli minimi per ricostruire un clima di progressivo allontanamento e incomunicabilità.

In diversi passaggi emergono echi di quel rigore formale che diversi critici associano a registi come Bresson: non per imitazione, ma per una volontà comune di ridurre gli orpelli e lasciare che sia lo sguardo a lavorare sullo spettatore.
La tensione narrativa passa quindi attraverso rapporti familiari e gesti quotidiani:
- Relazioni genitoriali — il ruolo di Valerio Mastandrea evidenzia un padre smarrito più che colpevole;
- Legami affettivi — la figura di Marta (Gaia Merlonghi) e il suo rapporto con la madre (Roberta Mattei) sono al centro del racconto intimo;
- Percorsi interrotti — abbandoni scolastici e lavorativi non sono spiegazioni, ma frammenti che costruiscono un ritratto incompiuto;
- Prova attoriale — Di Stefano regge la scena con una performance misurata e convincente.
La resa dell’assurdità del crimine è uno dei punti di forza: privato di giustificazioni o di una moralistica causa-effetto, il delitto appare ancora più incomprensibile e terribile. Questo smantellamento delle attese consolatorie è il cuore emotivo della pellicola.
Un momento cruciale è la sequenza finale della cena, in cui i personaggi si trovano attorno a un tavolo incapaci di formulare parole che diano sollievo. Quei minuti funzionano come un condensato del film: nessuna smorfia retorica, solo la forza di un silenzio condiviso.

Per lo spettatore contemporaneo la visione offre più di una testimonianza sul fatto di cronaca: invita a riflettere su come il cinema può trattare la violenza senza trasformarla in merce di consumo e su quale responsabilità abbiano regia e media nel raccontare il dolore collettivo.
In sintesi, La città dei vivi propone un percorso poco compiacente e molto controllato: una scelta che, nel panorama odierno, riapre il dibattito su rappresentazione, empatia e linguaggio cinematografico.
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Giulia Moretti, esperta dei mondi culturali e del cinema, condivide approfondimenti esclusivi sulle celebrità e sui retroscena dello spettacolo italiano.
